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Truffa contrattuale e raggiri dopo la stipulazione del contratto
dottrina penale

Truffa contrattuale e raggiri dopo la stipulazione del contratto

Truffa contrattuale e raggiri dopo la stipulazione del contratto: l’inadempimento ai confini della responsabilità civile e penale

Nota a Cass. pen., Sez. II., 23 giugno -14 luglio 2016, n. 29853, Pres.: Davigo, Rel.: Rago.

 

SOMMARIO. 1. La vicenda fattuale e i termini della questione. 2. Gli elementi costitutivi della truffa contrattuale e la sua collocazione nella dicotomia tra reati-contratto e reati in contratto. 3. Il problema degli artifizi e raggiri in fase esecutiva e l’analisi diacronica degli effetti del contratto. 4. La rilevanza penale dell’inadempimento contrattuale. 5. Considerazioni conclusive: il difficile dialogo tra il contratto e la norma penale.

 

1. La vicenda fattuale e i termini della questione.

Nella pronuncia in commento la Corte di Cassazione affronta una questione di particolare interesse, relativa alla configurabilità del delitto di truffa contrattuale, nell’ipotesi in cui i raggiri ed artifizi vengano posti in essere dal decipiens successivamente alla stipulazione del contratto.

I giudici penali si trovano allora alle prese con le nozioni di “esecuzione” ed “effetti del contratto”, e cercano di districarsi tra categorie dogmatiche prettamente civilistiche, rapportandole allo schema di incriminazione delineato dalla norma penale.

 

Per comprendere i termini della questione occorre descrivere brevemente la vicenda fattuale e processuale.

Due soggetti dopo aver acquistato e ricevuto della merce, consegnano in pagamento dei titoli di credito, risultati successivamente privi di provvista, nonostante le rassicurazioni fornite all’alienante da parte degli stessi acquirenti.

Il Tribunale di Foggia assolveva gli imputati dal reato di truffa con formula di merito giacché il fatto non sussiste, in quanto la cessione della merce (poi successivamente non pagata) non fu frutto di artifizi e raggiri ma fu consegnata agli imputati "alla luce del buon rapporto di conoscenza": solo in seguito, quando i titoli dati in pagamento non erano stati onorati, gli imputati dettero all’alienante "ampie rassicurazioni" circa il buon esito degli assegni, ma tali artifizi e raggiri, essendo stati effettuati in un momento successivo alla deminutio patrimonii, erano irrilevanti.

 

Proposto appello, ai soli fini civili, la Corte di Appello di Bari, in riforma della suddetta sentenza, condannava gli imputati, al risarcimento dei danni subiti dalla vittima, ritenendo che "la condotta di chi rilasci assegni bancari con l'espressa assicurazione della loro esigibilità sia idonea in quanto tale a vincere, l'eventuale ritrosia della persona offesa nell'accettarli quali mezzo di pagamento".

 

Contro la decisione della Corte d’Appello proponevano ricorso per Cassazione entrambi gli imputati deducendo, tra i vari motivi di impugnazione, che il reato di truffa non poteva dirsi sussistente, poiché le asserite rassicurazioni circa il buon fine degli assegni bancari, integranti l'eventuale condotta fraudolenta sarebbe stata posta in essere in un momento successivo al conseguimento del profitto.

La vicenda fattuale appare dunque semplice, e di frequente verificazione nella prassi commerciale, tuttavia, offre spunti di riflessione giuridica inattesi e sorprendenti.

 

2. Gli elementi costitutivi della truffa contrattuale e la sua collocazione nella dicotomia tra reati-contratto e reati in contratto.

La fattispecie di truffa c.d. “contrattuale” è stata oggetto di una lunga e laboriosa operazione interpretativa da parte della giurisprudenza, che ne ha forgiato uno statuto peculiare capace però di inserirsi nel modello di incriminazione di cui all’art. 640 c.p.

Come rilevato anche dalla pronuncia in commento, che fornisce agli interpreti un vero e proprio vademecum della fattispecie, l’elemento oggettivo del reato è integrato dalla condotta dell’agente che, con raggiri e artifizi al momento della conclusione del contratto, trae in inganno la controparte inducendola a prestare un consenso che altrimenti non avrebbe dato.

È un delitto che colpisce al cuore l’autonomia negoziale nella sua duplice accezione di “libertà dal contratto” (inducendo la vittima a stipulare un accordo in realtà non voluto affatto), e di “libertà nel contratto” (facendo accettare alla stessa condizioni diverse da quelle a cui avrebbe voluto contrarre).

 

L’agente, dal canto suo, esercita un proprio diritto all’impostazione delle trattative, al fine di imprimere alla dinamica prenegoziale il senso a sé più conveniente, sfruttando le proprie abilità commerciali nella captazione dell’altrui consenso.

Emerge quella linea sottile, ben nota ai civilisti, che traccia la distinzione tra dolus bonus e dolus malus[1], da cui dipende l’esistenza di un vizio del consenso capace di invalidare il contratto, e che trasfusa nell’ambito dell’art. 640 c.p. diviene l’ago della bilancia per determinare la rilevanza o l’irrilevanza penale della condotta del contraente.

 

Tuttavia, l’atipicità delle clausole comportamentali del diritto civile non si concilia con le esigenze di tassatività, determinatezza e precisione[2] dell’ordinamento penale, imponendo alla giurisprudenza un’interpretazione tassativizzante della fattispecie.

L’attenzione si è focalizzata allora sulla nozione di artifizi e raggiri, che connotano l’illiceità della condotta del truffatore, evidenziandosi come per “artifizio” debba intendersi una simulazione o dissimulazione della realtà esterna atta ad indurre in errore la vittima per effetto della percezione di una falsa apparenza, mentre, nel concetto di “raggiri” rientrano invece quelle attività decettive che non cadono sulla realtà esterna, ma dispiegano il proprio effetto manipolativo direttamente sulla psiche del soggetto passivo.

La definizione astratta delle condotte tipiche si è progressivamente trasformata in una tipizzazione causale dell’illecito, spostando il baricentro della fattispecie incriminatrice dalla causa, ovvero dall’attività del decipiens, al suo effetto, rappresentato dalla necessaria induzione in errore del soggetto passivo.

Ecco allora che assumono rilevanza penale anche comportamenti, finanche omissivi, non tipicamente riconducibili alla nozione di raggiri o artifizi, che scolora in un giudizio di idoneità in concreto a produrre l’effetto decettivo della vittima[3].

Ciò che conta davvero, secondo le impostazioni più recenti, è la sussistenza di una relazione causale tra l’attività ingannatoria dell’agente e l’effettiva induzione in errore del deceptus, a prescindere dalle concrete modalità di manifestazione della prima.

 

Tale ricostruzione è avvalorata da una lettura offensivamente orientata della fattispecie, che decodifichi in chiave moderna l’oggettività giuridica tutelata.

Se, infatti, il delitto ex art. 640 c.p. non è posto a protezione del patrimonio della vittima, tradizionalmente inteso, ma tutela la più ampia libertà di autodeterminazione è coerente dare risalto a tutte quelle condotte comunque atteggiate che risultino concretamente idonee ad offendere tale interesse, mediante la distorsione del processo di formazione della volontà negoziale.

Ne consegue una necessaria reinterpretazione anche degli ulteriori eventi naturalistici costitutivi della truffa, ovvero dell’atto di disposizione patrimoniale, dell’ingiusto profitto dell’agente e del danno per la vittima.

Le Sezioni Unite con sentenza del 29 settembre 2011 n. 155 hanno affermato che l’atto di disposizione patrimoniale consiste in “un atto volontario, causativo di un ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa”, chiarendo altresì che lo stesso “non deve qualificarsi necessariamente in termini di atto negoziale, o di atto giuridico in senso stretto, ma può essere integrato anche da un permesso o un assenso, dalla mera tolleranza o da una traditio, da un atto materiale o da un fatto omissivo, dovendosi ritenere sufficiente la sua idoneità a produrre un danno”.

Emerge, ancora una volta la tendenza a preferire una tipizzazione causale degli elementi costitutivi della truffa, che si focalizza non sull’atto dispositivo in sé ma sulla sua concreta idoneità a cagionare un danno per la vittima, che diviene così il centro gravitazionale attorno cui orbita lo scheletro dell’art. 640 c.p.

La medesima tendenza orienta anche l’individuazione del momento in cui si perfeziona l’illecito, stabilendosi che il delitto di truffa, nella forma cosiddetta contrattuale, si consuma non al momento in cui il soggetto passivo, per effetto degli artifici o raggiri, assume l'obbligazione della dazione di un bene economico, ma al momento in cui si realizza il conseguimento del bene da parte dell'agente con la conseguente perdita dello stesso da parte della persona offesa[4].

L’approccio ermeneutico chino sulla componente effettuale consente allora di spostare in avanti la consumazione del reato al momento in cui si realizza la deminutio patrimonii, ovvero si verifica l’effettivo danno per la vittima.

Quest’ultimo, a sua volta, è oggetto di possibili derive ermeneutiche che trascinano il concetto di danno da una concezione c.d. “patrimoniale” (che identifica il danno con la sola perdita economica, in termini di danno emergente e lucro cessante), tutt’ora prevalente in giurisprudenza[5], ad una concezione c.d. “giuridico-funzionale-personalistica”, secondo cui il danno consisterebbe nella diminuzione della strumentalità del patrimonio, ovvero della capacità di soddisfare i bisogni materiali o spirituali del titolare[6].

 

Tale teoria rappresenta la chiave di volta attraverso cui dare rilevanza penale a quelle fattispecie borderline che non presuppongono uno squilibrio tra le prestazioni oggetto dell’atto dispositivo (appunto definite come “truffa contrattuale a prestazioni equivalenti”) ma intervengono a monte, sulla stessa libertà di contrarre del soggetto passivo.

Così la Cassazione anche nella sentenza in rassegna afferma che “l'ingiusto profitto, con correlativo danno del soggetto passivo, consiste essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto: di conseguenza, ai fini della sussistenza del suddetto elemento materiale diventa del tutto irrilevante che le prestazioni siano state equilibrate ossia che si sia pagato il giusto corrispettivo della controprestazione effettivamente fornita”.

Ad ogni modo, la giurisprudenza è rigorosa nel richiedere la dimostrazione di un nesso di consequenzialità eziologica tra gli eventi naturalistici dell’induzione in errore, della formazione del contratto e dell’ingiusto profitto con altrui danno.

Il contratto rappresenta pertanto l’anello di congiunzione tra i frammenti del fatto tipico di reato, divenendo il canale illecito attraverso cui passa l’attività decettiva del soggetto agente, che prende forma nel regolamento negoziale e sostanza nel danno procurato alla vittima.

Ciò si riflette anche nell’interpretazione dell’elemento soggettivo della truffa contrattuale, come opportunamente chiarito dalla Suprema Corte, secondo cui “l'elemento che imprime al fatto della inadempienza il carattere di reato è costituito dal dolo iniziale, quello cioè che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei contraenti rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria”.

 

Affidato tale ruolo al contratto nella struttura della fattispecie, occorre analizzarne i risvolti applicativi, ponendosi alternativamente nell’angolo visuale del penalista e del civilista.

L’orientamento ormai consolidato ritiene che la truffa integri un’ipotesi di reato in contratto, per cui il legislatore non incrimina ex se la stipulazione del negozio (come accade nei reati-contratto, in cui si assiste ad un’immedesimazione tra accordo e reato), ma attribuisce rilevanza penale alla condotta di uno dei contraenti nel procedimento di formazione o nella fase di esecuzione del programma negoziale.

Non si tratta infatti di un reato plurisoggettivo proprio, al pari dei reati-contratto, ma costituisce una fattispecie a cooperazione artificiosa della vittima, che arreca un apporto necessario all’integrazione del delitto tuttavia privo di illiceità penale.

Tale apporto, nelle ipotesi di truffa contrattuale, si sostanzia nel contratto stesso che assume nell’ottica penalistica una funzione polisemica: esso rappresenta in primo luogo il mezzo di esecuzione del reato, ovvero lo strumento di sopraffazione della vittima; in secondo luogo, il contratto integra l’atto dispositivo del deceptus; infine, il contratto rappresenta altresì il presupposto del danno patrimoniale che può derivare direttamente da esso, o dalla sua esecuzione.

Le ricadute applicative appaiono notevoli, soprattutto se si considera l’ipotesi dell’invalidità del contratto per un vizio diverso dal contrasto con la norma penale incriminatrice: e così l’eventuale nullità del negozio, e la mancata produzione di effetti, farebbe degradare la truffa allo stadio di tentativo non potendosi realizzare le funzioni espresse che danno corpo alla fattispecie consumata.

La vendita di un bene inesistente, ad esempio, non darebbe mai luogo al delitto di truffa, ma solo al suo tentativo, dal momento che la nullità del contratto per mancanza dell’oggetto impedirebbe la configurazione del mezzo tipico della condotta illecita.

In realtà, un approccio pancivilistico che trasponga le categorie civilistiche pedissequamente nell’ordinamento penale, non può essere seguito dovendosi adattare le stesse alle peculiarità proprie del sistema di ingresso. Le possibili antinomie applicative possono invece risolversi attraverso l’analisi delle diverse funzioni che il contratto riveste nella struttura dell’art. 640 c.p.: così, come atto di disposizione e presupposto del danno, il contratto qualora abbia di fatto realizzato tali finalità (poiché ad esempio il deceptus procede ugualmente al pagamento del prezzo per l’acquisto del bene inesistente) non perde la propria rilevanza penale ancorché risulti civilisticamente nullo.

 

La stessa cautela deve condizionare l’interprete che guardi alla truffa contrattuale dall’angolazione civilistica.

Scartata la tesi panpenalistica che sostiene la nullità virtuale ex art. 1418 c.c. di ogni pattuizione contrastante con norme penali, la giurisprudenza[7] è compatta nel ritenere che il precetto di cui all’art. 640 c.p. sanzioni un’illiceità comportamentale del soggetto agente che non infirma la validità del contratto stipulato, salvo che i raggiri ed artifizi non integrino gli estremi del dolo determinante ex art. 1439 c.c., consentendo così l’esperimento dell’azione di annullamento.

Parimenti, qualora la condotta decettiva sia limitata ad influenzare il quomodo e non l’an della contrattazione, si ritiene configurabile un dolo solo incidente ex art. 1440 c.c., quale vizio incompleto di una volontà negoziale che può trovare solo tutela risarcitoria.

La sanzione civilistica per il decipiens si individua allora nella sua responsabilità precontrattuale, come violazione dei canoni di correttezza e buona fede ex artt. 1337 c.c., che permeano la dinamica prenegoziale e che fondano una regola di comportamento generica capace di trovare specificazione nella disposizione penale incriminatrice.

Del resto, l’equivoco di fondo in cui è incorsa talvolta la dottrina panpenalistica è quello di ritenere tutte le norme penali poste a presidio di interessi generali, dimenticando il monito delle Sezioni Unite del 19 dicembre 2007 n. 26724, che opportunamente distinguono nell’ambito delle norme imperative tra regole di validità e regole di condotta, e le diverse conseguenze della relativa violazione.

Il delitto di truffa presidia un interesse particolare, individualmente riferibile alla vittima, come dimostrato dalla collocazione sistematica nell’ambito dei delitti contro il patrimonio che rappresenta un bene giuridico certamente disponibile da parte del titolare.

Un’ulteriore conferma proviene dall’analisi della disciplina processuale del reato in esame: la truffa, infatti, nella sua fattispecie base è punibile solo a querela, rimettendo alla volontà della persona offesa la scelta di perseguire penalmente la condotta illecita del reo.

La disponibilità degli effetti processuali corrisponde alla disponibilità degli interessi patrimoniali protetti dalla norma incriminatrice, e non potrebbe giustificarsi di fronte alla lesione di interessi superindividuali: non è un caso, che nell’impianto normativo della truffa, il delitto divenga perseguibile d’ufficio qualora si presenti in forma aggravata, ovvero qualora offenda interessi generali che si affiancano alla tutela patrimoniale della vittima (si pensi ad esempio alla truffa ai danni dello Stato ex art. 640 comma 2 n. 1) c.p., in cui la particolare qualità del soggetto passivo, determina la lesione di interessi collettivi che giustifica la perseguibilità ex officio).

In tale ottica, risulta allora coerente che le sanzioni civilistiche per il contratto truffaldino siano l’annullabilità o il risarcimento del danno, anziché la nullità radicale, la cui legittimazione relativa salvaguarda il diritto del soggetto passivo di disporre del proprio interesse, analogamente a quanto accade nel procedimento penale.

L’unica strada per ritenere virtualmente nullo il contratto sarebbe quella di ritenere che la condotta del truffatore leda un interesse generale accanto a quello particolare della vittima, necessariamente individuato nel principio di buona fede, che a sua volta vedrebbe un escalation da regola di comportamento a valore ordinamentale in sé.

Un’interpretazione audace da affermare, ma difficile da sostenere in un sistema che fatica ad accettare l’ascesa della buona fede a regola di validità del contratto[8].

 

3. Il problema degli artifizi e raggiri in fase esecutiva e l’analisi diacronica degli effetti del contratto.

Il fenomeno della truffa contrattuale si manifesta con maggior frequenza nella fase prenegoziale, innestandosi la condotta decettiva nelle trattative che precedono la conclusione eteroindotta del contratto.

Tuttavia, la giurisprudenza ha affrontato anche l’ipotesi in cui gli artifizi e raggiri del decipiens intervengano nella successiva fase esecutiva dell’accordo, ammettendo la configurabilità del delitto ex art. 640 c.p., nel caso di mancato rispetto da parte di uno dei contraenti delle modalità di esecuzione del contratto, rispetto a quelle inizialmente concordate con l'altra parte, con condotte artificiose idonee a generare un danno con correlativo ingiusto profitto[9].

Il principio non costituisce una novità per la Corte di Cassazione, come ammesso anche nella pronuncia del 14 luglio 2016, ma dietro la semplicità della sua affermazione si nasconde una complessa e raffinata operazione ermeneutica che pone in relazione mondi distanti e ispirati a logiche profondamente diverse, quali il diritto dei contratti e la parte speciale del codice penale.

Partendo dall’assunto secondo cui la dinamica negoziale non si esaurisce con la stipulazione del contratto, ma si protrae sino all’esaurimento della fase esecutiva, si apre un’ampia finestra temporale in cui possono realizzarsi le condotte truffaldine, ponendosi quale problema principale la definizione, con il rigore richiesto dal diritto penale, di cosa debba intendersi per “esecuzione del contratto”.

 

In ossequio alle coordinate espresse dalle Sezioni Unite 29 ottobre 2011 n. 37954, l’interprete deve seguire un approccio esegetico-sperimentale, prediligendo in prima battuta il significato tecnico che la locuzione assume nell’ordinamento di provenienza, salvo che sussistano una serie di indicatori che suggeriscano un’autonoma accezione in chiave penalistica[10].

Ebbene, come opportunamente rilevato anche dalla Corte, una tale definizione nel corpo del codice civile, che dedica all’esecuzione del contratto singoli frammenti di disciplina (artt. 1375, 1328 comma 1, 1444 comma 2, 1360 comma 2, 1373 comma 2, 1458 comma 1, 1467 comma 1 c.c.).

Lo scenario è ulteriormente complicato dall’eterogeneità degli effetti contrattuali sotto il profilo temporale, circostanza che impone un’analisi differenziata in base alle diverse categorie.

In linea generale si può sostenere che “l’esecuzione del contratto” descriva quello spazio temporale e comportamentale che va dalla conclusione dell’accordo all’esaurimento dei suoi effetti; l’esecuzione coincide con l’”efficacia” del contratto, intesa come idoneità attuale e perdurante alla produzione di effetti.

 

Trasportando tali considerazioni nell’ambito dell’art. 640 c.p., si può allora affermare che la truffa contrattuale può configurarsi finché il contratto sia in esecuzione, ovvero finché sia efficace, ovvero finché i suoi effetti siano in attuale manifestazione.

La fattispecie delittuosa in esame non può allora materializzarsi nei contratti c.d. “ad effetti istantanei”, giacché la conclusione dell’accordo ne assorbe in modo totalizzante l’efficacia, azzerando la fase esecutiva.

La disposizione patrimoniale coincide necessariamente con il contratto e pertanto, dovendosi rispettare la necessaria consequenzialità eziologica tra inganno, atto dispositivo, e danno, i raggiri ed artifizi devono manifestarsi antecedentemente alla stipula del negozio; la condotta decettiva, in caso contrario, servirebbe solo a mascherare l’inadempimento ma non realizzerebbe i presupposti della fattispecie incriminatrice.

Tuttavia, come osservato anche dalla Corte di Cassazione, è possibile recuperare uno spazio di operatività della truffa anche nei contratti ad esecuzione istantanea, qualora i raggiri ed artifizi successivi abbiano indotto il contraente a compiere un’ulteriore “attività giuridica” che in mancanza non avrebbe compiuto, attribuendo nuovamente efficacia ad un rapporto ormai cessato[11].

Tale attività ulteriore integrerebbe infatti un nuovo atto dispositivo, conseguente ai raggiri del soggetto agente, e fonte di un danno con altrui profitto, completando così lo schema di incriminazione previsto dall’art. 640 c.p.

 

Si è di fronte ad una perfetta applicazione del metodo interpretativo esegetico-sperimentale, temperato dalla necessità di rispettare l’autonomia del sistema penale: ai giudici penali non interessa la qualificazione civilistica dell’attività giuridica successiva al contratto, ben potendo essa integrare gli estremi di una novazione o di un negozio modificativo o abdicativo, ciò che conta è che si realizzi un nuovo effetto dispositivo nella sfera patrimoniale della vittima.

Illuminante è anche quel passaggio rapido, ma denso di significato, in cui la sentenza in commento riconduce alla nuova attività giuridica penalmente rilevante il mancato esperimento delle azioni di impugnativa contrattuale: l’asse dell’incriminazione si sposta dal profilo esecutivo a quello patologico, ritenendosi che possa configurarsi la truffa contrattuale anche qualora i raggiri ed artifizi successivi alla stipula, inducano la vittima a non agire in giudizio per la risoluzione o l’annullamento del contratto.

La giurisprudenza giunge ad analoghe conclusioni qualora la condotta decettiva sia volta ad ottenere un differimento delle azioni esecutive o recuperatorie, esperibili dal creditore truffato[12]

La soluzione è avvalorata dalla decodificazione delle finalità dell’incriminazione che si sostanzia nella protezione del patrimonio del soggetto passivo da ogni aggressione fraudolenta, in coerenza con le Sezioni Unite 29 settembre 2011 n. 155, che hanno accolto una nozione atipica ed ampia di atto di disposizione patrimoniale.

Affascinante allora potrebbe essere il percorso ermeneutico inverso, e chiedersi quali atti secondo l’impostazione civilistica non realizzano effetti dispositivi e dunque non integrino i presupposti della norma incriminatrice: si pensi ad esempio all’ipotesi in cui il deceptus venga indotto con l’inganno a stipulare un negozio di accertamento successivo al primo contratto, in cui mancherebbe l’effetto di disposizione patrimoniale.

Ecco allora che l’interpretazione secondo le regole tecniche dell’ordinamento civile torna ad essere la soluzione privilegiata, giacché anche il giudice penale è chiamato a stabilire se alla stregua dei paradigmi contrattuali quell’attività giuridica ulteriore e successiva al contratto sia idonea a realizzare una disposizione patrimoniale.

 

Lo spazio temporale in cui può configurarsi la truffa contrattuale si amplia invece notevolmente nei contratti cc.dd. “long term” che registrano una sfasatura tra il momento di conclusione dell’accordo e l’esaurimento dei suoi effetti, che si dipanano lungo ciò che può definirsi un “periodo” più che un “momento” di efficacia.

Nella categoria rientrano i contratti ad esecuzione periodica o continuata, i contratti istantanei ad esecuzione differita, ed i contratti sottoposti a condizione.

Emerge, ancora una volta, la riqualificazione penalistica di categorie concettuali che nel diritto civile vengono tenute distinte, accumunate solo dalla non contestualità tra la conclusione dell’accordo e l’esecuzione delle prestazioni.

Nell’ottica del giudice penale tali fattispecie presentano un dato comune, l’unico che interessa davvero, nel dilatare la fase esecutiva del contratto, ampliando lo spazio temporale in cui può innestarsi la condotta truffaldina. La soluzione, del resto, è coerente con la ricostruzione della truffa in termini di reato di danno: lo spostamento del momento consumativo al compimento dell’ultimo atto dannoso consente di attribuire rilevanza a tutte le condotte fraudolente che si manifestino prima di esso.

Occorre però rispettare lo schema esecutivo del reato, e riscontrare quella relazione di causa-effetto tra i raggiri ed artifizi successivi alla stipula e l’esecuzione della prestazione periodica o differita: secondo il paradigma del giudizio controfattuale, per potersi configurare il delitto ex art. 640 c.p., il giudice dovrà accertare che la prestazione non sarebbe stata adempiuta in assenza dell’attività ingannatoria, escludendo invece le ipotesi in cui la doverosità dell’adempimento derivi dal contratto.

Ciò che rileva è che la vittima adempia, o continui ad adempiere perché indotta in errore dall’inganno sopravvenuto, non già perché fedele al contratto.

 

4. La rilevanza penale dell’inadempimento contrattuale.

La pronuncia in esame, collocata in una visione di sistema, offre nuovi spunti di riflessione sulla possibile rilevanza penale dell’inadempimento contrattuale.

Il tema richiede l’analisi dei rapporti derivanti dell’intersezione tra illecito civile e penale, declinata nella specifica materia contrattuale.

Si è già osservato come i reati-contratto denotino la sostanziale coincidenza tra le due forme di illiceità, talché l’accordo negoziale riceve una qualificazione negativa in entrambe le branche ordinamentali.

Diversamente, nell’ambito dei reati in contratto l’illecito civile e penale appaiono concentrici, ma non perfettamente sovrapponibili: la norma incriminatrice richiede sempre un quid pluris, sotto il profilo oggettivo o soggettivo del reato, che carichi di offensività la condotta civilisticamente illecita e ne determini la rilevanza penale.

È quanto accade nella fenomenologia dell’inadempimento contrattuale, ove si riscontra un distacco tra la sfera di responsabilità civile e quella penale del debitore.

La mancata esecuzione del contratto in sé non rappresenta mai un comportamento penalmente rilevante, atteso che l’interesse del creditore all’adempimento non assurge a bene giuridico meritevole di tutela penale, affidando la relativa sanzione per la sua frustrazione al sistema civile.

L’inadempimento, invece, tracima nell’illiceità penale qualora si arricchisca di componenti negative che offendono interessi ulteriori e superindividuali, che giustificano l’intervento repressivo dell’ordinamento penale.

 

Così nell’ipotesi di truffa, il baricentro d’offensività si riscontra nella condotta decettiva del soggetto agente, che deve precedere ed accompagnare la mancata esecuzione della prestazione, insidiando la libertà contrattuale della vittima oltre al suo interesse patrimoniale.

Sono i raggiri ed artifizi del debitore che sorreggono l’impalcatura della disposizione incriminatrice e che tessono attorno all’inadempimento una veste di illiceità penale.

L’assunto si comprende perfettamente dall’analisi della giurisprudenza, ove si è affermato ad esempio che “il semplice pagamento di merci effettuato mediante assegni di conto corrente privi di copertura non è sufficiente a costituire, di regola, raggiro idoneo a trarre in inganno il soggetto passivo, ma concorre a realizzare la materialità del delitto di truffa quando sia accompagnato da un "quid pluris", da un malizioso comportamento dell'agente, da fatti e


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