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Note in tema di usura sopravvenuta
Dottrina - dottrina civile - Primo Piano

Note in tema di usura sopravvenuta

Nota a Corte di Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 19/10/2017 n° 24675

 

Sommario: 1. L’atteso intervento delle Sezioni Unite; 2. La vicenda processuale da cui è originata la statuizione; 3. Il quadro normativo di riferimento e gli orientamenti giurisprudenziali sull’usura sopravvenuta; 4. La soluzione delle Sezioni Unite; 5. Riflessioni sulla pronuncia: i possibili rimedi a favore del mutuatario.

 

  1. L’atteso intervento delle Sezioni Unite.

La questione rimessa all’organo di nomofilachia con l’ordinanza del 31 gennaio 2017 richiedeva di analizzare l’incidenza di norme imperative sui contratti di durata, in particolare di verificare la applicabilità dei criteri fissati dalla legge n.108 del 1996 per la determinazione degli interessi usurari ai contratti di mutuo sorti anteriormente alla data di entrata in vigore della menzionata legge, che abbiano prodotto i loro effetti successivamente ad essa.

A ben vedere, come sarà precisato della Corte, la problematica dell’usura sopravvenuta tocca, unitamente alla prima questione, anche l’ipotesi dei contratti stipulati successivamente alla legge del 1996 recanti tassi inferiori alla soglia dell’usura, superata poi nel corso del rapporto per effetto della caduta dei tassi medi del mercato.

 

  1. La vicenda processuale da cui è originata la statuizione.

Al fine di meglio comprendere la questione appare opportuno ricostruire brevemente i fatti da cui origina la vicenda concreta giunta all’attenzione della Suprema Corte.

Nel 1990 una società stipulava con l’istituto di credito un contratto di mutuo. Successivamente all’entrata in vigore della Legge n. 108/1996, la medesima società chiedeva alla banca mutuante una rinegoziazione di tale contratto e, in seguito al diniego dell’istituto di credito, ricorreva all’Autorità Giudiziaria.

Il tribunale di primo grado, esclusa la natura di mutuo fondiario agevolato, riteneva applicabile la normativa anti-usura del 1996 al contratto in questione, condannando la banca alla restituzione di quanto riscosso in applicazione degli interessi usurari.

Tale statuizione veniva rivisitata in sede di appello, in quanto il giudice di secondo grado ritenne che la fattispecie in esame integrasse un mutuo fondiario, come tale regolato ratione temporis dal D.P.R.  1976, n. 7 e sottratto alla generale disciplina anti-usura. Ricorreva per cassazione la società, la quale richiedeva l’applicazione al contratto di mutuo della Legge n. 108/1996, al fine di ottenere la ripetizione delle somme ultra legali corrisposte a titolo di interessi.

La Prima Sezione Civile, con ordinanza interlocutoria, rimetteva gli atti al Primo Presidente per l’assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili, stante il riscontrato contrasto sul punto.

 

  1. Il quadro normativo di riferimento e gli orientamenti giurisprudenziali sull’usura sopravvenuta.

Appare opportuno premettere che la normativa "anti-usura”, introdotta con Legge n. 108 del 7 marzo 1996, per la prima volta ha determinato un limite legale oltre il quale gli interessi sono da considerarsi usurari, consistente nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella G.U., relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà.

La predetta rilevazione viene effettuata trimestralmente dal Ministero del tesoro, sentiti la Banca d’Italia e l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC).

Il problema della efficacia della normativa anti-usura sui contratti sorti anteriormente all’entrata in vigore della legge del 1996 si pose prontamente all’attenzione degli interpreti di tal che, di lì a poco, si rese necessario l’intervento chiarificatore del Legislatore con legge d’interpretazione d’autentica, introdotta dal Decreto legge 29 settembre 2000, n. 394, art. 1, convertito nella Legge 28 febbraio, n. 24/2001, con la quale si stabilì che "Ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815  c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Il Legislatore, in tal modo, è intervenuto stabilendo con norma retroattiva che il momento rilevante al fine di determinare l’usurarietà degli interessi non vada individuato in quello della corresponsione degli stessi, bensì in quello in cui  le parti ne convengono l’ammontare.

La norma di interpretazione autentica, portata all’attenzione della Corte Costituzionale, fu ritenuta costituzionalmente legittima nella sentenza n. 29 del 2002, nella quale si è affermato che la stessa “trova giustificazione sotto il profilo della ragionevolezza”, “dando una interpretazione chiara e lineare delle disposizioni codicistiche”, le quali presentavano aspetti non agevolmente intellegibili che richiedevano un intervento chiarificatore ad opera del Legislatore.

Nonostante l’entrata in vigore della legge d’interpretazione autentica e la lettura datane dalla Corte Costituzionale, negli anni successivi al 2000 si è determinato nella giurisprudenza delle Sezioni Semplici il contrasto tra due distinti orientamenti circa la sorte dei tassi di interesse convenuti legalmente, divenuti poi nel corso del rapporto ultra soglia.

Un primo orientamento ha escluso l’incidenza delle norme imperative sui contratti di durata, dando alla questione della configurabilità dell’usura sopravvenuta risposta negativa.

Attribuendo rilevanza alla norma di interpretazione autentica, parte della giurisprudenza ha affermato che il superamento del tasso soglia degli interessi corrispettivi originariamente convenuti in modo legittimo (cioè senza oltrepassare il limite dell’usurarietà) in corso di esecuzione del rapporto non possa determinarne ex artt. 1339 e 1418 c.c. la riconduzione entro il predetto tasso soglia stabilito dalla legge, così come integrato dai D.M. periodicamente emanati al riguardo[1].

Per l’orientamento in esame, a ben vedere,  la legittimità iniziale del tasso convenzionalmente pattuito spiegherebbe efficacia ultrattiva per tutta la durata del rapporto, risultando dunque irrilevante il disposto della legge n. 108/1996 sulla successiva fase di esecuzione del contratto.  Viene valorizzato, da tale orientamento, come  la legge di interpretazione consideri momento rilevante ai fini della determinazione dell’usura quello della pattuizione degli interessi, "indipendentemente dal loro pagamento”.

Dunque, la iniziale legalità del tasso di interesse, così come concordato al momento della convenzione originaria, spiegherebbe la sua efficacia per tutta la durata del contratto,  impedendo in tal modo alla eventuale sopravvenuta disposizione imperativa -che introduca un tasso soglia inferiore a quello inizialmente convenuto dalle parti- di colpire il contratto in corso.

La tesi prospettata ha trovato conferma, tra l’altro,  nella sentenza del 2016 n. 801 della Suprema Corte, secondo cui  "i criteri fissati dalla Legge n. 108/96, per la determinazione del carattere usurario degli interessi, non si applicano alle pattuizioni di questi ultimi anteriori all’entrata in vigore di quella legge”. A parere della Corte, la norma interpretativa in esame che attribuisce rilevanza, ai fini della qualificazione usuraia dei tassi, al momento della loro pattuizione piuttosto che al momento del pagamento degli interessi, comporta l’inapplicabilità del meccanismo dei tassi soglia alle pattuizioni  di interessi stipulate in data precedente alla entrata in vigore della legge n. 108, ancorchè riferite a rapporti perduranti anche dopo tale data.

Altra parte della giurisprudenza ha affermato, al contrario, l’incidenza della legge sui contratti in corso.

Si è sostenuto in particolare che a seguito della emanazione della legge n. 108 del 1996, le convenzioni che al momento della pattuizione risultassero non eccedenti la soglia ma che,  successivamente ad essa, superassero tale limite nel corso del rapporto, fossero da considerarsi illegittime.

In particolare, in talune pronunce si è affermato che la clausola contrattuale recante un tasso che poi superi la soglia legale, divenga inefficace ex nunc, e che tale inefficacia possa essere rilevata anche d’ufficio dal giudice[2].

Secondo un’ulteriore ricostruzione, in presenza di rapporti non esauriti al momento dell’entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, verrebbe a configurarsi il fenomeno della nullità (parziale) sopravvenuta[3], con la conseguente operabilità del meccanismo sanzionatorio di cui agli artt. 1339 e 1418 c.c., dovendo il giudice sostituire il tasso convenzionale con il tasso soglia del tempo[4].

Tale soluzione era pervicacemente criticata dalla dottrina dominante secondo cui, in ossequio al modello che vanta una lunga tradizione dogmatica, la nullità non può che essere coeva alla genesi della fattispecie negoziale. Se essa infatti è vizio della fattispecie, tale vizio non può che porsi al momento in cui la fattispecie negoziale è posta in essere, e il concetto di invalidità successiva (e di nullità sopravvenuta) sarebbe intrinsecamente contraddittorio poiché, dovendo l'invalidità essere riportata al negozio, e avendo questo nei frattempo prodotto effetti, si avrebbe un negozio che è valido e invalido nello stesso tempo[5].

 

 

  1. La soluzione delle Sezioni Unite.

La Suprema Corte, sospinta dall’esigenza di attribuire pieno vigore alla norma di interpretazione autentica degli artt. 644 c.p. e 1815 c.c. (Legge 28 febbraio 2001, n. 24), ha ritenuto di dover seguire il primo dei riportati orientamenti, in tal modo negando cittadinanza al fenomeno dell’usura sopravvenuta.

Particolarmente rilevanti si mostrano le argomentazioni adoperate dalla Corte, la quale effettua un’esegesi coordinata delle norme richiamate, realizzando una consonanza di principi che governano l’usura nel diritto civile e nel diritto penale.

A parere della Corte, in primo luogo, il giudice è vincolato al dato normativo risultante dalla interpretazione autentica degli artt. 644 c.p. e 1815 c.c. operata con Legge 28 febbraio 2001, n. 24, interpretazione della quale la Corte Costituzionale ha altresì escluso l’illegittimità.

Orbene, priva di fondamento appare la tesi della illiceità della pretesa di pagamento degli interessi ad un tasso divenuto superiore alla soglia dell’usura.

Difatti, se la ragione della illiceità risiede nella violazione del divieto imperativo dell’usura, va rilevato che la norma che contiene tale divieto è esclusivamente quella incriminatrice (art. 644, terzo comma, c.p.) che rinvia alla legge per la sua determinazione (“la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”).

Una sanzione è invero contenuta anche nel codice civile, all’art. 1815, secondo comma, il quale stabilisce che “se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”; tuttavia, osserva la Corte, anche tale previsione presuppone una nozione di interessi usurari stabilita altrove, e precisamente nella norma penale integrata dalla legge n. 108/1996; emerge, pertanto, come non sia possibile per l’interprete qualificare il tasso usurario indipendentemente dall’impiego dell’art. 644 c.p., ai fini della cui applicazione, a sua volta, non può non farsi riferimento al momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

Dal logico coordinamento delle suddette previsioni di legge, emerge che “in tanto è configurabile la sanzione civile, in quanto sia stata violata la norma penale come interpretata dalla legge autentica”.

La Corte ricorda come la stessa giurisprudenza penale neghi configurabilità dell’usura sopravvenuta (Cass. Pen., Sez. I, 16 gennaio 2013, n. 8353) e ciò in quanto il giudizio di rimproverabilità imposto dal principio di colpevolezza richiede necessariamente la sussistenza dell’elemento soggettivo doloso al momento della pattuizione degli interessi.

Le Sezioni Unite rinvengono la medesima ratio nella legge n. 108/1996, il cui scopo non mira a calmierare il mercato del credito, bensì punta a contrastare il fenomeno dell’usura. Pertanto, perfettamente coerente con tale ratio è la necessaria valorizzazione del momento volontaristico, in cui interviene la pattuizione dell’interesse usurario, in ossequio al principio di colpevolezza.

Successivamente, la Corte si sofferma sulla tematica degli strumenti di tutela utilizzabili dal mutuatario a fronte della domanda di corresponsione degli interessi divenuti medio tempore sopra soglia. Difatti, nonostante la soluzione negativa circa la configurabilità dell’usura sopravvenuta, affermano le Sezioni Unite, il mutuatario non resterà sprovvisto di tutela.

Tale affermazione non è incoerente con la soluzione adottata, in quanto “fare salva la validità ed efficacia della clausola contrattuale non significa negare la praticabilità di altri strumenti di tutela del mutuatario previsti dalla legge, ove ne ricorrano gli specifici presupposti; significa soltanto negare che uno di tali strumenti sa costituito dalla invalidità o inefficacia della clausola in questione”.

La Corte si sofferma, nello specifico, sulla tesi secondo la quale la pretesa del mutuante sarebbe da considerarsi illecita perché contraria al canone di buona fede.

In passato si era evidenziato che, avanzando la domanda di corresponsione degli interessi divenuti sopra-soglia, il creditore avrebbe esercitato una pretesa contraria al canone di buona fede, in quanto fondata su una prestazione oggettivamente sproporzionata, perché in quel momento quel tasso non potrebbe essere promesso dal debitore e il denaro frutterebbe al creditore molto più di quanto frutti agli altri creditori in genere.

La buona fede, quindi, operando come limite funzionale all’esercizio del diritto, avrebbe reso  inesigibile la prestazione sopra-soglia, e dunque consentito di paralizzare la domanda di interessi usurari, tramite l’exceptio doli generalis.

Tale tesi, a parere delle Sezioni Unite, non persuade.

La pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato non può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto. E ciò in quanto la clausola generale del comportamento secondo la buona fede non impone un contegno prestabilito, ma si riporta al canone della solidarietà e pertanto la sua violazione non è riscontrabile nell’esercizio in sè del diritto contrattualmente previsto, ma dalle particolari modalità di esercizio, se scorrette per le circostanze del caso.

Pertanto, la Corte ha conclusivamente affermato il seguente principio di diritto: “allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell'esecuzione del contratto”.

 

  1. Riflessioni sulla pronuncia: i possibili rimedi a favore del mutuatario.

La pronuncia in commento fa chiarezza nel sistema tramite l’interpretazione letterale e logica delle norme in vigore. Dando rilievo alla legge di interpretazione autentica, la Suprema Corte vincola strettamente il giudice al rispetto del parametro legale, secondo un criterio di forte ragionevolezza, chiudendo le porte all’incidenza della legge imperativa sui contratti di durata e dunque sul fenomeno dell’usura sopravvenuta.

Si spengono in tal modo le voci volte a figurare nel nostro sistema la categoria della c.d. nullità sopravvenuta, figura dai contorni ibridi che aveva destato dibattiti e perplessità.

Tale figura, difatti, sottende forti attriti con i principi generali e una pronuncia di segno opposto avrebbe richiesto una rivisitazione dell’intera categoria dell’invalidità.

I principali profili problematici posti dalla figura della nullità sopravvenuta erano legati all’incertezza che essa avrebbe presentato, ovvero l’arco temporale in cui tale sanzione avrebbe operato. Come parte della dottrina aveva rimarcato, concepire una nullità operante ex nunc avrebbe rappresentato un revirement di portata, sul piano concettuale oltre che pratico, rivoluzionaria, in grado di porre in discussione la certezza connaturata ai limiti temporali della nullità[6].

Inoltre, la categoria della nullità ha sempre riguardato una patologia afferente all’atto e non al rapporto, e si sosteneva pertanto che la sopravvenuta norma imperativa incidesse esclusivamente sugli effetti dello stesso.

A seguito della pronuncia delle Sezioni Unite, la nullità resta dunque patologia genetica del negozio, che ipostatizza l'atto al momento della nascita.

La Corte in tal modo realizza un punto di incontro tra diritto civile e diritto penale, mediante la lettura sistematica dell’intero quadro normativo: i due rami dell’ordinamento vengono letti non quali due monadi isolate, bensì in coordinazione tra loro, in un’ottica di uniformità quanto a ratio legis perseguita.

Ciò che ne deriva è dunque un ordito normativo nel quale diviene del tutto irrilevante, ai fini sia civilistici che penalistici, il momento della eventuale corresponsione di interessi ad un tasso che sia divenuto, successivamente alla stipulazione dell’accordo, superiore al tasso-soglia dell’usura. Conseguentemente, le sanzioni penali e civili di cui agli artt. 644 c.p. e 1815 c.c. troveranno applicazione solamente con riguardo alle ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie.

Con riguardo agli “strumenti di tutela” nelle mani del mutuatario a fronte della domanda di corresponsione degli interessi divenuti sopra soglia, una volta escluso il rimedio della invalidità,  ritenendo la pretesa legittima,  la Corte si limita a dare atto della loro utilizzabilità al rispetto delle prescrizioni di legge, senza tuttavia enunciarli.

Sul punto può osservarsi che i rimedi legali caducatori, quali ad esempio la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta (art. 1467 c.c.), potrebbero a ben vedere apparire inidonei a tutelare il mutuatario, soprattutto a fronte di un ingente finanziamento, giacchè lo stesso sarebbe tenuto alla restituzione dell’intera somma mutuata.

Pertanto appare maggiormente idoneo a tutelare il debitore un rimedio di tipo manutentivo (che punta a mantenere in vita il contratto), ovvero il ricorso a quegli strumenti che consentono un adeguamento alle circostanze sopravvenute, quale la riduzione a equità della controprestazione (art. 1467, comma terzo, c.c.); tuttavia anche tale soluzione nona appare del tutto appagante in quanto tale iniziativa proviene da una scelta del mutuante.

La sfera dei rimedi del mutuatario va pertanto ricercata all’interno di quegli strumenti convenzionali maggiormente rispondenti alle suddette esigenze, quali, ad esempio, le clausole di hardsphip, le clausole di indicizzazione e, infine, le clausole di rinegoziazione.

Tramite le prime, le parti contemplano nel contratto l’incidenza di una possibile sopravvenienza legale che dia luogo alla “hardship” (letteralmente, “onerosità”) di una prestazione, così consentendo alla parte gravata di sospendere il proprio adempimento.

Le clausole di indicizzazione consentono di adeguare la prestazione ad un dato obiettivo della realtà, quale un tasso o il corso dei prezzi, in tal modo delimitando l’incidenza della legge sul tasso d’interessi e agganciandone la variazione ad un elemento esterno.

Infine, tramite l’inserimento nel contratto di mutuo di una clausola di rinegoziazione, alle parti è consentito prescrivere una rimodulazione della pattuizione originaria relativamente al tasso degli interessi.

A parere della Corte, l’utilizzo del canone di buona fede per paralizzare la domanda del mutuante sarà possibile solo all’esito dell’esame da parte del giudice di merito delle modalità concrete di esercizio del diritto contrattualmente previsto.

Ed invero, non potrebbe essere diversamente.

Tale affermazione è figlia della applicazione di principi già espressi dalla Cassazione nella sentenza 18 settembre 2009, n. 20106, in materia di recesso arbitrario.

Va difatti osservato che, nonostante i riferimenti legislativi alla nozione, nel sistema codicistico manca una definizione puntuale del fenomeno per ognuna delle fattispecie in cui ricorre.

La clausola generale del comportamento secondo la buona fede- in senso oggettivo- consiste in un canone fondamentale di correttezza che deve ispirare la condotta delle parti nel rapporto di obbligazione reciproca, e si esplica in un obbligo di lealtà (che vieta di suscitare consapevolmente falsi affidamenti nella controparte) e in un obbligo di salvaguardia (che impone di preservare l’interesse della controparte fintantoché ciò non importi un apprezzabile sacrificio).

Tale clausola dunque non impone un contegno prestabilito, ma si riporta al canone della solidarietà, e pertanto la sua violazione non è riscontrabile nell’esercizio in sé del diritto contrattualmente previsto, ma dalle particolari modalità di detto esercizio, alla luce delle circostanze del caso concreto.

Circa l’accertamento delle suddette modalità, appare possibile fare applicazione di quanto la Suprema Corte ha già affermato con la citata sentenza in materia di recesso quale diritto convenzionalmente riconosciuto in contratto, esercitato tuttavia con modalità “abusive”[7].

Invero, la presenza di una clausola  contrattuale che riconoscere l’esercizio di un diritto quale-come nel caso in esame- la corresponsione degli interessi secondo il tasso convenzionalmente pattuito  consente in ogni caso al giudice di valutare se la pretesa sia stata attuata “con modalità e per perseguire fini diversi ed ulteriori rispetto a quelli consentiti”. In questo esame il giudice può avvalersi del materiale probatorio acquisito che va esaminato e valutato alla luce dei principii indicati, “al fine di valutare - anche sotto il profilo del suo abuso - l'esercizio del diritto riconosciuto”. Infine, “In ipotesi, poi, di eventuale, provata disparità di forze fra i contraenti, la verifica giudiziale del carattere abusivo o meno del recesso deve essere più ampia e rigorosa, e può prescindere dal dolo e dalla specifica intenzione di nuocere: elementi questi tipici degli atti emulativi, ma non delle fattispecie di abuso di potere contrattuale o di dipendenza economica[8]”.

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[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 26 giugno 2001, n. 8742; Sez. III, 13 dicembre 202, n. 17813; Sez. I, 19 gennaio 2016, n. 801.

[2] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 17 agosto 2016,  n. 17150.

[3] Cass. Civile, Sez. I, 11 gennaio 2013, n. 602.  A favore della configurabilità di una siffatta categoria, si vedano G. Stolfi, Teoria del negozio giuridico, Padova, 1947, 63; C.M. Bianca, Diritto civile, vol. III, Milano, 2000, 611: "il giudizio di validità del contratto dev'essere formulato in relazione alla situazione di fatto e alle norme vigenti al momento del suo perfezionamento. Le vicende successive non toccano di massima tale giudizio. Non può tuttavia escludersi che il contratto inizialmente valido divenga successivamente invalido […] In ogni caso occorre tenere presente che l'inefficacia derivante da invalidità successiva è una vicenda risolutiva, poichè trae titolo da un fatto successivo al perfezionamento ed efficacia del contratto".

[4] Cass. Civ., Sez. I, 11 gennaio 2013, n. 602 e n. 603.

[5] A. Di Majo, G.B.Ferri, M.Franzoni, L'invalidità del contratto, Torino, 2002, 456.

[6] A. Di Majo, G.B. Ferri, M. Franzoni, cit.

[7] Cass. Civ., Sez. III, 18 settembre 2009, n. 20106.

 

[8] Cass. Civ., Sez. III, 18 settembre 2009, n. 20106


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