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Le Sezioni Unite sulla forma nei contratti di investimento
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Le Sezioni Unite sulla forma nei contratti di investimento

Da forma di struttura a forma di funzione

Note a margine di Cassazione civile, Sezioni Unite, 16/01/2018, n. 898.

 

La questione controversa e la posizione dei giudici remittenti.

Con ordinanza del 27 aprile 2017 n. 10447, la Prima Sezione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione, ritenuta di massima importanza, in ordine al "se il requisito della forma scritta del contratto di investimento esiga, oltre alla sottoscrizione dell'investitore, anche la sottoscrizione ad substantiam dell'intermediario".

Il dubbio interpretativo è nato dal disposto dell’art. 23 del d.lgs. n. 58/1998 secondo cui "i contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento (...) sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti (...). Nei casi di inosservanza della forma prescritta, il contratto è nullo"; aggiunge il terzo comma che "la nullità può essere fatta valere solo dal cliente".

Tale norma va correlata con l'art. 37 del Reg. Consob n. 16190 del 2007 (ma già l'art. 30, comma 1 Reg. Consob n. 11522 del 1998) che, a sua volta, prevede che gli intermediari "forniscono a clienti al dettaglio i propri servizi di investimento, diversi dalla consulenza in materia di investimenti, sulla base di un apposito contratto scritto; una copia di tale contratto è consegnata al cliente", nonché specifici requisiti di contenuto.

La sezione remittente, muovendo da un’interpretazione assiologicamente orientata della norma, alla luce della nuova dimensione polifunzionale della forma[1], ha offerto una propria lettura del sistema che prende le mosse dalla ratio che ispira le prescrizioni formali contenute nell’art. 23 TUF (con analoghe considerazioni con riferimento all’art. 117 d.lgs. n. 385/1993 per i contratti bancari).

Invero, secondo i giudici della Prima Sezione, la previsione formale dell’art. 23 è dettata esclusivamente a tutela dell'investitore; in particolare, si tratta di un’ipotesi di “forma di protezione, la quale, al pari della cd. nullità di protezione, cui la violazione della stessa conduce, è volta specificamente a portare all'attenzione dell'investitore - la parte "debole" del rapporto (non per ragioni socio-economiche, ma) in quanto sprovvisto delle informazioni professionali sul titolo e, più in generale, sugli andamenti del mercato finanziario - l'importanza del negozio che si accinge a compiere e tutte le clausole del medesimo.

La prescrizione formale trova la sua ratio nel fine di assicurare la piena e corretta trasmissione delle informazioni al cliente, nell'obiettivo della raccolta di un consenso consapevole alla stipula del contratto (il consenso informato). Per tale ragione, la nullità di protezione può essere fatta valere solo dal cliente, oltre che rilevata d'ufficio dal giudice, sempre nell'esclusivo interesse e vantaggio del primo”.

Dunque, se la nullità derivante dall’inosservanza della forma vincolata è funzionale in primis alla tutela della più ampia informazione dell'investitore, allora tutte le prescrizioni da essa presidiate vanno intese in tale logica; logica che deve guidare l’interprete nel valutare se il cliente sarebbe pregiudicato, nella sua completa e consapevole autodeterminazione, dalla mancanza della firma della banca sul contratto-quadro.

Ciò posto, a parere dei giudici remittenti, la sottoscrizione da parte del cliente del contratto-quadro predisposto dalla banca sarebbe di per sé sufficiente ad integrare il requisito formale richiesto dalla legge, e, quindi a soddisfare l'interesse alla conoscenza ed alla trasparenza (lo scopo informativo) cui la forma informativa è preordinata.

Con la conseguenza che l’unica volontà che deve essere espressa per iscritto ad substantiam è quella dell’investitore, laddove quella della banca può essere manifestata in qualunque forma consentita dall’ordinamento.

Il decisum delle Sezioni Unite.

Sulla questione della valenza da attribuire alla sottoscrizione dell’intermediario del contratto di investimento sono intervenute, con sentenza del 16 gennaio 2018, n. 898, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, con una motivazione piuttosto laconica, hanno sostanzialmente ratificato le conclusioni cui era pervenuta la sezione remittente.

Chiarito che l’art. 23 D.Lgs. n. 58/1998, laddove parla di forma scritta a pena di nullità, si riferisce ai contratti-quadro[2] e non ai singoli servizi di investimento o disinvestimento, la cui validità non è soggetta a requisiti formali, salvo la diversa previsione convenzionale nel contratto-quadro[3], e dopo aver richiamato le recenti pronunce che hanno ritenuto necessaria ai fini della validità del contratto la sottoscrizione del delegato della banca[4], anche le Sezioni Unite muovono la loro riflessione dal dato normativo costituito dall’art. 23 cit. al fine di individuarne la ratio ispiratrice.

Invero, osservano che l’art. 23 t.u.f., da un lato, enfatizza la redazione del contratto per iscritto, e, dall’altro, pone sullo stesso piano detta redazione e la consegna di una copia al cliente.

Si è (…) in presenza di un precetto normativo che in modo inequivoco prevede la redazione per iscritto del contratto relativo alla prestazione dei servizi di investimento e la consegna della scrittura al cliente, a cui solo si attribuisce la facoltà di far valere la nullità in caso di inosservanza della forma prescritta.”.

Una siffatta previsione ha indotto i giudici del consesso a ritenere che la nullità per difetto di forma sia posta nell'interesse del cliente, così come è a tutela di questi la previsione della consegna del contratto, essendo tali adempimenti formali funzionali “ad assicurare la piena indicazione al cliente degli specifici servizi forniti, della durata e delle modalità di rinnovo del contratto e di modifica dello stesso, delle modalità proprie con cui si svolgeranno le singole operazioni, della periodicità, contenuti e documentazione da fornire in sede di rendicontazione, ed altro come specificamente indicato, considerandosi che è l'investitore che abbisogna di conoscere e di potere all'occorrenza verificare nel corso del rapporto il rispetto delle modalità di esecuzione e le regole che riguardano la vigenza del contratto (…)[5].

Pertanto, sulla scorta della specificità della normativa in parola e della ratio ispiratrice, ritengono le Sezioni Unite che sarebbe “difficilmente sostenibile che la sottoscrizione da parte del delegato della banca, [una] volta che risulti provato l'accordo (avuto riguardo alla sottoscrizione dell'investitore, e, da parte della banca, alla consegna del documento negoziale, alla raccolta della firma del cliente ed all'esecuzione del contratto) e che vi sia stata la consegna della scrittura all'investitore, [sia necessaria] ai fini della validità del contratto-quadro.

Ed infatti, atteso che, come osservato da attenta dottrina, il requisito della forma ex art. 1325 c.c., n. 4, va inteso nella specie non in senso strutturale, ma funzionale, avuto riguardo alla finalità propria della normativa, ne consegue che il contratto-quadro deve essere redatto per iscritto, che per il suo perfezionamento deve essere sottoscritto dall'investitore, e che a questi deve essere consegnato un esemplare del contratto, potendo risultare il consenso della banca a mezzo dei comportamenti concludenti sopra esemplificativamente indicati.”.

In altri termini, come già rilevato dai giudici remittenti, ai fini del perfezionamento del contratto-quadro, il consenso della banca, pur necessario trattandosi di un contratto, potrebbe dunque rivestire anche altre forme di manifestazione della volontà: di cui talune - quali la predisposizione del testo contrattuale, la raccolta della sottoscrizione del cliente, la consegna del documento negoziale o l'esecuzione del contratto medesimo ex art. 1327 c.c. - a valere quali comportamenti concludenti, idonei a rivelare, anche in via presuntiva, l'esistenza dell'originario consenso.

Si osserva, del resto, che una volta realizzato lo scopo della normativa con la sottoscrizione del cliente sul modulo contrattuale predisposto dall'intermediario e la consegna dell'esemplare della scrittura, la sottoscrizione dell'intermediario non verrebbe a svolgere alcuna specifica funzione, risolvendosi in una mera superfetazione formalistica.

Di qui la considerazione per cui la previsione di una nullità relativa di protezione prevista solo per la mancata redazione per iscritto del contratto e della consegna della copia al cliente, indipendentemente dalla sottoscrizione del delegato bancario, si verrebbe a configurare come una sanzione per l'intermediario – a cui il D.Lgs. n. 58/1998 detta regole di comportamento – rispettosa, per altro, del “principio di proporzionalità[6], della cui tenuta si potrebbe dubitare ove si accedesse alla diversa interpretazione (…).”.

In altre parole, pretendere la sottoscrizione dell’intermediario quale requisito ad substantiam del contratto di investimento non solo si porrebbe in contraddizione con la ragione giustificatrice sottesa alla previsione della nullità relativa ma, la reazione dell’ordinamento, a fronte dell’inosservanza di una siffatta prescrizione formale, si rivelerebbe sproporzionata, considerato che la finalità protettiva che la ispira è soddisfatta con la sottoscrizione del documento contrattuale da parte del contraente debole e della consegna allo stesso di una copia del contratto.

Sulla scorta di tali coordinate ermeneutiche, concludono affermando il seguente principio di diritto: "Il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dal D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, è rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell'investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell'intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti".

Conclusioni.

La posizione assunta dalle Sezioni Unite, che ricalca l’opinione già espressa dalla Prima Sezione e della recente dottrina, è perfettamente coerente con quel trend giurisprudenziale – inaugurato dalle Sezioni Unite 17 settembre 2015 n. 18214 – che privilegia il valore funzionale della forma, da valutarsi in concreto[7] in relazione alla ratio sottesa alla prescrizione formale o allo specifico “tipo” contrattuale.

Tale arresto si innesta, invero, in questa stagione di esaltazione del formalismo negoziale, nata nella legislazione speciale o di matrice europea, quale risposta alle esigenze di tutela del contraente debole determinate dalle dinamiche del mercato finanziario e digitale.

Tuttavia la pronunzia in esame si segnala anche sotto altro aspetto, e cioè per offrire agli interpreti una chiave di lettura del sistema delle nullità di protezione; invero, ragionando in termini generali, le Sezioni Unite raccomandano che “nella ricerca dell'interpretazione preferibile, (…), ove venga istituita dal legislatore una nullità relativa, come tale intesa a proteggere in via diretta ed immediata non un interesse generale, ma anzitutto l'interesse particolare, l'interprete deve essere attento a circoscrivere l'ambito della tutela privilegiata nei limiti in cui viene davvero coinvolto l'interesse protetto dalla nullità[8], e ciò al fine di evitare di legittimare un uso distorto o, comunque, strumentale di tale forma di tutela, in spregio alle finalità protezionistiche per cui è stato concepito.

____________

[1] Per un maggiore approfondimento dell’evoluzione del formalismo negoziale si rinvia a V. Olisterno, La forma nei contratti di investimento. Da forma di struttura a forma di funzione. Note a margine di Cassazione civile, I sez., ordinanza 27 aprile 2017, n. 10447, su http://www.iurisprudentia.it/la-forma-nei-contratti-di-investimento/; nonchè a M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Torino, 2017, pag. 581 e ss.

[2] Il contratto-quadro, già previsto dalla L. 2 gennaio 1991, n. 1, art. 6, nonché dal successivo D.Lgs. 23 luglio 1996, n. 415, art. 18, così qualificato in quanto destinato a costituire la regolamentazione dei servizi alla cui prestazione si obbliga l'intermediario verso il cliente, è stato ritenuto nella giurisprudenza di legittimità accostabile per alcuni aspetti al mandato, derivandone obblighi e diritti reciproci dell'intermediario e del cliente, e le successive operazioni sono state considerate quali momenti attuativi dello stesso (così Cass. Sez. U. 19/12/2007, nn. 26724 e 26725).

[3] Cfr. Cass. 9/8/2017, n. 19759; Cass. 2/8/2016, n. 16053; Cass. 29/2/2016, n. 3950; Cass. 13/1/2012, n. 384; Cass. 22/12/2011, n. 28432.

[4] Cfr. Cass.24/2/2016, n. 3623; Cass. 24/3/2016, n. 5919; Cass. 11/4/2016, n. 7068; Cass. 27/4/2016, nn. 8395 e 8396; Cass. 19/5/2016, n. 10331 (da ultimo, la decisione del 3/1/2017, n. 36 si è espressa in senso conforme in relazione all'analoga disposizione di cui al D.Lgs. 24 settembre 1993, n. 385, art. 117).

[5][5] Si osservi che coerentemente alla natura “ancipite” della nullità di protezione – quale è quella di cui si discute – le Sezioni Unite ribadiscono che “la finalità protettiva nei confronti dell'investitore si riverbera in via mediata [sull’interesse generale alla] regolarità e trasparenza del mercato del credito”.

[6] Sulla rilevanza cardine del principio di proporzionalità cfr. Cass., S.U., 5/7/2017, n. 16601 sull’ammissibilità dei c.d. danni puntivi; per un maggiore approfondimento della tematica si rinvia a V. Olisterno, L’avvento della concezione polifunzionale della responsabilità civile e i limiti di ammissibilità dei c.d. danni punitivi su http://www.iurisprudentia.it/lavvento-della-concezione-polifunzionale-della-responsabilita-civile-e-i-limiti-di-ammissibilita-dei-c-d-danni-punitivi/.

[7] Alla stregua della causa del contratto che, per giurisprudenza ormai consolidata, è intesa in un’accezione in concreto (cfr. ex multis Cass., SS.UU., 6 marzo 2015 n. 4628; Cass., SS.UU., 23 gennaio 2013, n. 1521; Cass., SS.UU., 18 marzo 2010, n. 6538; Cass., SS.UU., 18 febbraio 2010, n. 3947; Cass., 14 luglio 2009, n. 16382; Cass., SS.UU., 11 novembre 2008, n. 26972; Cass., 24 luglio 2007, n. 16315; Cass., 8 maggio 2006, n. 10490).

[8] Si rammenti che già nell’ordinanza di rimessione si era prospettato un utilizzo abusivo o selettivo della nullità di protezione.


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