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La specificità dei motivi di appello
Dottrina - dottrina civile - Primo Piano - Sezioni Unite

La specificità dei motivi di appello

Nota di commento a Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 27199 del 16/11/2017

 

Con ordinanza del 5 aprile 2017, n. 8845, la Corte di Cassazione, sez. III, ha chiesto alle Sezioni Unite di definire i contorni dell’onere di motivazione dell’atto di appello previsto ai sensi degli artt. 342 e 434 c.p.c. ovvero “se, a quel fine, sia richiesto all'appellante di formulare l'appello con una determinata forma o di ricalcare la gravata decisione ma con un diverso contenuto, ovvero se sia sufficiente - ma almeno necessaria - un'analitica individuazione, in modo chiaro ed esauriente, del quantum appellatum, circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonché ai passaggi argomentativi in punto di fatto o di diritto che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, in modo da rendere chiara - in modo esplicito o almeno chiaramente evincibile - l'idoneità di tali ragioni a determinare le singole invocate modifiche della decisione censurata”.

Alla questione così posta non può non riconoscersi un’indubbia rilevanza, se si considera che la modifica introdotta dal legislatore alla disciplina dell’appello con l’art. 54 co. 1, lett. a), d.l. del 22 giugno 2012, n. 83 (conv. in l. 7 agosto 2012 n. 134) sanziona con l’inammissibilità la proposizione dell’impugnazione qualora la stessa non sia “motivata”: sia nel testo dell’art. 342 c.p.c. (per l’appello nel rito ordinario) sia in quello dell’art. 434 c.p.c. (in riferimento al rito del lavoro) si legge infatti “l’appello deve essere motivato. La motivazione dell’appello deve contenere, a pena di inammissibilità: 1)l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado; 2) l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata (...)”, mentre il testo precedente riportava la formulazione più generica secondo la quale l’appello – proposto con citazione o con ricorso, a seconda del rito – doveva contenere“l’esposizione sommaria dei fatti ed i motivi specifici dell’impugnazione”.

La ratio della riforma del 2012 era quella, evidentemente, di arginare la pratica della proposizione di impugnazioni meramente pretestuose, applicando un duplice “filtro” di ammissibilità: da un lato gravando l’appellante di un onere motivazionale nella proposizione dell’appello e dall’altro imponendo all’organo giudicante una previa valutazione, di carattere prognostico, circa la relativa  “ragionevole probabilità di essere accolta” (artt. 348bis e ter c.p.c.).

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate con la decisione in commento prendendo le mosse proprio dagli orientamenti interpretativi formatisi prima della riforma del 2012, per poi proseguire in un excursus  dell’evoluzione nella lettura dell’art. 342 c.p.c., la quale già prima del 2012 poneva dubbi ermeneutici non di scarso rilievo.

Difatti già l’espressione “motivi specifici” aveva diviso gli interpreti. Alcuni sostenevano che con essi si dovessero intendere le parti della sentenza che l’appellante intendeva impugnare, senza che la loro omessa indicazione potesse comportare alcuna conseguenza sul piano processuale, perché in quel caso si sarebbe dovuta dedurre la volontà di quest’ultimo di impugnare la decisione nella sua interezza (con la conseguenza che il giudice d’appello avrebbe dovuto riesaminare tutte le questioni già sottoposte al giudice di I grado); una soluzione interpretativa, questa, che assumeva l’appello come mezzo di impugnazione “a critica libera”, con effetto devolutivo che si traduceva nella piena cognizione del giudice del gravame e a fronte del quale i motivi specifici non erano tanto intesi quali critiche puntuali alla decisione impugnata ma piuttosto quali mezzi che consentivano alla parte di – appunto – devolvere il riesame della causa al giudice superiore.

Successivamente è intervenuta un’altra posizione secondo cui il dovere di esposizione nell’atto di appello dei motivi specifici aveva lo scopo di tracciare i confini del campo d’indagine del giudice di II grado, non potendo l’appellante limitarsi ad indicare i capi della sentenza che intendeva impugnare, dovendo bensì “selezionare” le questioni da porre all’attenzione del giudice dell’impugnazione, così assolvendo ad un onere ben più pregnante di critica alla pronuncia impugnata[1]. Si diede cioè risalto all’impianto del giudizio di appello così come delineato dal legislatore della novella del 1990, ovvero non più come novum iudicium ma come revisio prioris istantiae, per il quale era necessario che l’appellante, anche nel caso in cui volesse impugnare in toto la sentenza emessa dal giudice di prime cure, muovesse delle censure specifiche alle argomentazioni formulate alla base di quest’ultima, così da porre all’attenzione del giudice dell’impugnazione gli errori nei quali – secondo la sua opinione – sarebbe incorso il giudice di primo grado.

Tale orientamento fu sostenuto, a più riprese, dalla giurisprudenza di legittimità[2] e in particolare dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, prima con la sentenza n. 16 del 29 gennaio 2000, secondo cui“i motivi di appello sono specifici, nel senso voluto dalla prima parte del previgente art. 342 c.p.c., se si traducono nella prospettazione di argomentazioni, contrapposte a quelle svolte nella sentenza impugnata, dirette ad incrinarne il fondamento logico – giuridico”; e poi con la sentenza n. 28498 del 23 dicembre 2005, in cui si prende coscienza dell’evoluzione subìta dal mezzo d’impugnazione in questione, alla luce della quale “l’appello non rappresenta più, come nel sistema del codice di rito del 1865, pur permanendo la sua funzione sostitutiva quanto alle statuizioni decisorie su diritti impugnati, il “mezzo” per “passare da uno all’altro esame della causa”, su tali statuizioni, e non può quindi limitarsi al fine di ottenerne la riforma, ad una denuncia generica dell’ingiustizia dei capi appellati della sentenza di primo grado, ma deve puntualizzarsi all’interno dei capi di sentenza destinati ad essere confermati o riformati, ma “comunque” sostituiti dalla sentenza di appello che non è impugnazione rescindente come il ricorso per cassazione (l’avvicinamento alla struttura del quale è solo parziale); e tal puntualizzazione ulteriore avviene appunto nella denunzia di specifici “vizi” di ingiustizia o nullità della sentenza impugnata(…).Deve, al contrario, affermarsi che, essendo l’appellante tenuto a fornire la dimostrazione della fondatezza delle singole censure mosse alle singole soluzioni offerte dalla sentenza impugnata, il cui riesame è chiesto per ottenere la riforma del capo decisorio appellato, l’appello da lui proposto, in mancanza di tale dimostrazione deve essere, in base ai principi, respinto, con conseguente conferma sostitutiva dei capi di sentenza appellati, quale che sia stata la posizione da lui assunta nella precedente fase processuale. Solo in questi sensi può parlarsi dell’appello quale revisio”.

 

Questo lo “stato dell’arte” prima della riforma del 2012; l’ordinanza di rimessione dell’aprile 2017 si interroga su che cosa sia effettivamente cambiato e cioè se in seguito all’intervento del legislatore – che ha messo mano alla terminologia stessa utilizzata dalle norme, non più parlandosi di “motivi”, bensì di “motivazione”dell’atto di appello, così richiamando un elemento proprio della sentenza – l’atto di appello, al fine di risultare motivato e dunque ammissibile, debba rispettare parametri redazionali e argomentativi più stringenti di quelli giudicati sufficienti prima del 2012.

 

A parere delle Sezioni Unite in commento il panorama non è mutato dopo la riforma.

Difatti la nuova lettera dell’art. 342 c.p.c. sembra porsi in continuità con quanto già affermato da tempo – come sopra succintamente ricordato – dal diritto vivente (non a caso c’è chi ha parlato di sovrapponibilità dei “nuovi” requisiti di ammissibilità dell’appello rispetto alla precedente richiesta di specificità dei motivi[3]).

Il n. 1) dei requisiti richiesti si compone di due parti (“l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado”): la prima non sembra valga a trasformare l’appello da mezzo di impugnazione a motivi illimitati a mezzo di impugnazione a motivi limitati, concernendo non la motivazione dell’appello ma il suo oggetto (le parti della pronuncia di primo grado); la seconda – riguardante le modifiche richieste al giudice del gravame – non pretende l’enunciazione di specifiche ragioni, limitandosi, ai fini dell’inammissibilità dell’impugnazione, ad imporre all’appellante la denuncia degli errori commessi dal giudice di primo grado e la richiesta di un nuovo giudizio di fatto (e dunque la novità parrebbe sostanziarsi nell’indicazione, avanzata dalla parte, del contenuto della nuova valutazione[4]).

Le Sezioni Unite, pertanto, hanno rifiutato quell’orientamento formatosi dopo il 2012 – e che comunque provvedono a richiamare – secondo cui la nuova formulazione dell’art. 342 c.p.c. imporrebbe alla parte il rispetto di particolari formule sacramentali nell’atto di appello, così da evidenziare, accanto alla parte “volitiva” anche quella “argomentativa”, dovendo l’impugnazione, ai fini del superamento del preliminare vaglio di ammissibilità, possedere entrambe: l’appellante, cioè, non potrebbe più limitarsi alla selezione e successiva indicazione delle singole parti di sentenza che intendeva impugnare, bensì avrebbe il ben più gravoso onere di scardinare il fondamento logico-giuridico della pronuncia di I grado, avanzando una sorta di “progetto” alternativo di sentenza da sottoporre al giudice dell’appello[5].

Al contrario, con la sentenza di novembre 2017, la Suprema Corte ha ribadito la natura dell’appello quale mezzo d’impugnazione a critica libera (che apre ad un giudizio inteso come revisio prioris istantiae), riaffermando così la sua ontologica diversità rispetto al ricorso per Cassazione, che al contrario è mezzo d’impugnazione a critica vincolata; ed alla luce di una lettura sistematica delle norme codicistiche così come modificate – con l’introduzione, da un lato, del filtro di ammissibilità per l’appello, e dall’altro, con la restrizione delle ipotesi di ricorso per Cassazione per vizi afferenti la motivazione – è necessario adottare un’opzione ermeneutica che consenta di giungere ad una statuizione nel merito (e non che crei un’ulteriore ipotesi di inammissibilità). Ciò che il nuovo art. 342 (e 434) c.p.c. esige dall’appellante è dunque la precisa enucleazione dei capi di sentenza impugnati, nonché delle relative doglianze (che siano in fatto o in diritto, fermo restando l’ovvio presupposto della loro necessaria rilevanza ai fini della decisione della controversia). Per quanto invece concerne le modalità di presentazione di queste ultime nell’atto di impugnazione, la Corte sottolinea come il grado di specificità che dovrà pretendersi dall’appellante si pone come un parametro mobile, dipendendo dal grado di puntualità della motivazione della sentenza impugnata: l’appellante, infatti, potrà limitarsi a riprendere la linea difensiva adottata nel giudizio di I grado qualora le sue argomentazioni non siano state affatto vagliate dal giudice che ha emesso sentenza; viceversa, maggiore precisione sarà a lui richiesta nell’esposizione dei motivi d’impugnazione a fronte di una sentenza fondata su una motivazione analitica circa tutte le questioni affrontate nel primo giudizio.

Dunque si nega che alla parte che impugna possa imporsi un onere motivazionale connotato dal medesimo rigore di quello attribuito all’organo giudicante: l’appellante dovrà solo far sì che dalla sua impugnazione siano chiaramente comprensibili le censure mosse alla sentenza impugnata, così da non impegnare il giudice dell’impugnazione in una previa e diseconomica indagine conoscitiva; e ciò proprio in quanto la soluzione da preferire è quella che consente di arrivare ad un esame  e ad una pronuncia nel merito della causa (perché in tal senso devono essere interpretate le norme di natura processuale, dovendosi intendere le sentenze di chiusura in rito come ipotesi eccezionali[6]).

Sembra questa la risposta più logica e coerente non solo con la stessa ratio ispiratrice della riforma del 2012, che si sostanzia nell’attuazione del principio – di valenza costituzionale – della ragionevole durata del processo, in virtù del quale il legislatore ha ritenuto di poter richiedere alle parti uno “sforzo di razionalizzazione” (così come è stato definito proprio dalla giurisprudenza di legittimità); ma anche con quanto affermato, a più riprese, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale ha sancito che il principio di effettività della tutela giurisdizionale (contenuto nell’art. 6 CEDU) si traduce nella garanzia, per i consociati, dell’accesso alla giustizia, cosicchè gli eccessi di formalismo che possono condurre ad esiti di irricevibilità o di inammissibilità della domanda giudiziale devono essere intesi restrittivamente, “in presenza di un rapporto di proporzionalità  tra mezzi impiegati e lo scopo perseguito”[7].

In conclusione, il principio di diritto espresso dalle Sezioni Unite è il seguente: “Gli artt. 342 e 434 cod. proc. civ., nel testo formulato dal decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Resta tuttavia escluso, in considerazione della permanente natura di revisio prioris instantiae del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata, che l’atto di appello debba rivestire particolari forme sacramentali o che debba contenere la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado”.

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[1]          G. Balena, Istituzioni di diritto processuale civile, vol. II, Cacucci Ed., Bari 2015, p. 395-396.

[2]          In tal senso, Cass. civile, sez. III, 21 maggio 2008, n. 13080 secondo la quale “anche nel caso in cui la sentenza sia censurata nella sua interezza, occorre che le ragioni sulle quali si fonda il gravame siano esposte con sufficiente grado di specificità, da correlare con la motivazione della sentenza impugnata, in modo che alle argomentazioni in questa svolte vengano contrapposte quelle dell’appellante, volte a incrinare il fondamento logico giuridico delle prime. Ciò in quanto finalità dell’appello non è quella di provocare un “novum iudicium”, ma di introdurre una “revisio prioris instantiae”, devolvendo al giudice di secondo grado il controllo degli errori nei quali l’appellante sostiene essere incorso il primo giudice”; conformemente nel definire il giudizio di appello non come novum iudicium bensì come revisio prioris instantiae anche Cass. 19 settembre 2006, n. 20261; Cass. 24 novembre 2005, n. 24817; Cass. 25 luglio 2005, n. 15558; Cass. 8 agosto 2002, n. 11935; Cass. 7 maggio 2002, n. 6542; Cass.  4 dicembre 2001, n. 15318; Cass. 23 marzo 2001, n. 4190; Cass.  27 luglio 2000, n. 9867.

[3]             C. Consolo, Nuovi ed indesiderabili esercizi normativi sul processo civile: le impugnazioni a rischio di “svaporamento”, in Corriere giuridico 10/2012, p. 1135

[4]          Così G. Costantino, Le riforme dell’appello civile e l’introduzione del “filtro”, in http://www.treccani.it/magazine/diritto/approfondimenti/diritto_processuale_civile_e_delle_procedure_concorsuali/Costantino_riforme_appello_civile.html, secondo il quale, in realtà, tale approdo poteva essere raggiunto anche alla luce dell’interpretazione consolidata dell’interesse ad agire (quale condizione dell’azione), dal momento che l’errore di fatto può essere posto a base dell’impugnazione solo nei casi in cui abbia prodotto un concreto pregiudizio alla parte che impugna, e dunque per dimostrare tale effetti pregiudizievole la stessa parte deve dimostrare quale sarebbe stata la corretta valutazione dei fatti tramite la quale l’errore – e dunque il pregiudizio – sarebbero stati evitati.

[5]          In tal senso, Cass. 27 settembre 2016, n. 18392; Cass. 7 settembre 2016, n. 17712; Cass. 27 ottobre 2014, n. 22781.

[6]          Qui le Sezioni Unite richiamano espressamente Cass. Ord. Del 5 maggio 2017, n. 10916, che appunto escludeva che l’appello, ai fini del giudizio di ammissibilità ex art. 342 c.p.c., dovesse contenere un progetto alternativo di sentenza, né alcuna trascrizione della sentenza appellata.

[7]          Corte EDU, II sezione, 28.6.2005, Zednìk c. Repubblica Ceca, in causa 74328/01


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