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La responsabilità del custode e il caso fortuito
Dottrina - dottrina civile - Primo Piano

La responsabilità del custode e il caso fortuito

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 28 luglio 2017 n. 18856, ha affermato che se un Comune non adempie ai suoi obblighi di custode è responsabile per i danni causati dalle intense precipitazioni atmosferiche anche in caso di eventi, oggi prevedibili, definiti «bombe d’acqua».

Il caso che il Supremo Consesso ha esaminato riguarda il Comune di Terlizzi che aveva proposto ricorso avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Bari che lo condannava a versare un risarcimento del danno al proprietario di un locale seminterrato, sito nel territorio comunale. Tale locale aveva riportato danni alle strutture murarie perché era stato invaso da acqua e fango che avevano allagato le strade in seguito ad un forte temporale.

Il ricorrente si doleva in primo luogo del fatto che la Corte di merito aveva erroneamente escluso la ricorrenza del caso fortuito. La pioggia che si era abbattuta su Terlizzi, infatti, non poteva inquadrarsi come una semplice pioggia persistente, ma come un fenomeno brevissimo ma di inaudita intensità, imprevedibile ed incontrollabile (una cd. bomba d’acqua piovuta dal cielo, con effetti decisamente devastanti). In secondo luogo la Corte d’Appello non aveva tenuto conto del concorso di colpa, ipotizzato dal CTU nella misura del 50%.

La Suprema Corte ha rigettato con ordinanza decisoria[1] il ricorso valutandolo inammissibile e infondato.

L’inammissibilità deriva dalla circostanza che non erano stati adeguatamente riprodotti in giudizio ai sensi dell’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., ma soltanto richiamati dalla parte ricorrente, i documenti che fanno riferimento alla fase di merito e sui quali si fonda il ricorso. E ciò ha reso poco chiare e intellegibili le censure formulate.

L’infondatezza, invece, deriva da un esame di merito. E, in particolare, la Corte, richiamando una serie di precedenti[2], ha confermato che sono custodi tutti i soggetti, pubblici o privati, che hanno il possesso o la detenzione della cosa. Tra questi rientrano senza dubbio gli enti, pubblici o privati, proprietari delle strade che sono tenuti a provvedere: alla manutenzione, alla gestione e alla pulizia delle strade e delle relative pertinenze; al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; all’apposizione della segnaletica prescritta.

A carico di tali enti è configurabile, quindi, l’ipotesi di responsabilità per cosa in custodia ex art. 2051 c.c., secondo cui il soggetto responsabile deve avere una relazione qualificata con la cosa che nasce dalla particolare relazione con la cosa stessa e, in particolare, dalla disponibilità e dai poteri di effettivo controllo sul bene.

Tale tipo di responsabilità, secondo la tradizionale formulazione[3] oggi minoritaria, trova fondamento in una presunzione di colpa per violazione dell’obbligo di custodia. Sulla scorta di tale ricostruzione, la norma si applicherebbe solo in caso di violazione dell’obbligo di vigilanza da parte di chi ha la custodia della cosa, con la conseguenza che la prova liberatoria del caso fortuito si raggiungerebbe con l’identificazione della causa estranea scatenante e con la prova della condotta diligente del custode, ritenuta idonea a fornire, ai sensi dell’art. 2729 c.c., un elemento preciso di presunzione dell’esistenza di una causa non imputabile. Tale tesi, dunque, esclude che la causa ignota possa rimanere a carico del custode ove quest’ultimo riesca a dimostrare l’assoluta assenza di negligenza.

All’opposto, i sostenitori della teoria prevalente sia in dottrina[4] che in giurisprudenza[5], sostengono la natura oggettiva della responsabilità del custode, affermando in relazione alla norma la sussistenza di una presunzione di responsabilità che determina un’inversione probatoria a carico del soggetto che si trova in una relazione qualificata con la cosa. Secondo tale tesi, il legislatore ha voluto alleggerire la posizione del danneggiato, evitandogli un’attività probatoria particolarmente complessa. Questa posizione si fonda sulla formulazione testuale della norma (danno da custodia della cosa) e su un argomento sistematico, in quanto la disposizione richiede la prova del fortuito e non del comportamento diligente del custode.

Dunque, il custode può liberarsi da questa responsabilità presunta solo dando prova dell’esistenza del caso fortuito (art. 2051 c.c.) idoneo ad interrompere il nesso di causalità.

Sul tema del nesso di causalità si è pronunciata, di recente, la Corte di Cassazione[6] che ha precisato che non è sufficiente una relazione causale fondata sul modello della conditio sine qua non per determinare una causalità giuridicamente rilevante. Deve, infatti, darsi rilievo – all’interno delle serie causali così determinate – a quelle che appaiono già ex ante idonee a determinare l’evento secondo il modello della causalità adeguata o della c.d. regolarità causale

In ambito civilistico il caso fortuito è un evento imprevedibile e inevitabile che si verifica indipendentemente dalla volontà e dall’agire di un soggetto rendendo impossibile l’adempimento di una obbligazione o il riconoscimento di una responsabilità[7]. A ben vedere, quindi, l’art. 2051 c.c. configura un’ipotesi di responsabilità aggravata in quanto determina un’inversione dell’onere probatorio, imponendo al custode, che si presume responsabile, di fornire prova liberatoria del caso fortuito.

Tale prova consiste nella dimostrazione che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con lo sforzo diligente e adeguato alle circostanze del caso concreto e spetta al custode in virtù del principio di vicinanza della prova e a causa dei poteri che gli sono attribuiti in ragione dalla particolare relazione con la cosa, ai quali corrispondono obblighi di vigilanza, controllo e diligenza.

Il presupposto della responsabilità ex art. 2051 c.c. è che il danno derivi dalla cosa, sia cioè sua concreta potenzialità dannosa per effetto di una sua connaturale forza dinamica o per effetto di concause umane o naturali.

Tuttavia, precisano i giudici della Cassazione, è necessario distinguere tra le situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, da quelle provocate da una repentina ed imprevedibile alterazione dello stato della cosa. Infatti, solo in quest’ultimo caso, se nonostante l’attività di controllo espletata con la dovuta diligenza[8], l’evento dannoso si è verificato prima che l’ente proprietario o gestore potesse rimuoverlo, è configurabile il caso fortuito.

In particolare, per i danni causati dagli agenti atmosferici imprevedibili e particolarmente violenti, il proprietario delle strade-custode è responsabile se il danno trova origine nell’insufficienza delle misure adottate volte ad evitarne l’accadimento, nel caso specifico nell’insufficienza del sistema di deflusso delle acque meteoriche. Ed è questo il nostro caso. Il danno, infatti, si è verificato in quanto l’evento metereologico è stato amplificato da varie concause «costituite: a) dai pregressi interventi di modifica del territorio, posti in essere dal Comune (vicino svincolo stradale con sottopasso) dalle Ferrovie (sostituzione del muro a secco drenante che delimitava i binari con muro di calcestruzzo) e da privati (edifici e piazzali), interventi che avevano modificato quote e pendenze e che al tempo stesso avevano drasticamente ridotto la superficie a terreno vegetale; b) dalla insufficienza della rete di fognatura bianca a servizio della zona, circostanza confermata dalla esecuzione da parte del Comune, proprio a seguito dell’evento di opere di adeguamento; c) dal difetto di manutenzione delle caditoie e delle griglie della rete, … risultate del tutto intasate, circostanza atta ad ostacolare il naturale smaltimento delle acque e a favorirne l’accumulo».

La Suprema Corte, quindi, conferma quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Bari: «ove il Comune avesse assolto agli obblighi sullo stesso gravanti come custode, l’evento dannoso, malgrado la eccezionale violenza delle precipitazioni del 30 luglio 2002, non si sarebbe verificato o quanto meno avrebbe assunto consistenza ampiamente inferiore».

In particolare, «l’eccezionalità delle piogge non può integrare il caso fortuito, non essendosi risolta in un fattore causale di efficacia esclusiva tale da interrompere la operatività, nel processo di produzione dell’evento, delle cause preesistenti imputabili al Comune».

Tuttavia, è la mancanza di imprevedibilità delle bombe d’acqua la vera novità introdotta dal provvedimento della Cassazione che testualmente afferma: «nel sottolinearsi come ogni riflessione, declinata in termini di attualità, sulla prevedibilità maggiore o minore di una pioggia a carattere alluvionale imponga oggi, in considerazione dei noti dissesti idrogeologici che caratterizzano il nostro Paese, criteri di accertamento improntati ad un maggior rigore, poiché è chiaro che non si possono più considerare come eventi imprevedibili alcuni fenomeni atmosferici che stanno diventando sempre più frequenti e, ormai, tutt’altro che imprevedibili (in tali termini v. Cass., 2 marzo 2016, n. 5877), si è da questa Corte al riguardo precisato che l’eccezionalità e imprevedibilità delle precipitazioni atmosferiche possono configurare caso fortuito o forza maggiore idonei ad escludere la responsabilità del custode per il danno verificatosi solo quando costituiscano causa sopravvenuta autonomamente sufficiente a determinare l’evento (v. Cass., 24 settembre 2015, n. 18877; Cass., 9 marzo 2010, n. 5658; Cass., 22 maggio 1998, n. 5133; Cass., 11 maggio 1991, n. 5267; nonchè, da ultimo, Cass., 24 marzo 2016, n. 5877), nonostante la più scrupolosa manutenzione e pulizia da parte del medesimo dei sistemi di smaltimento delle acque piovane (v. Cass., 9 marzo 2010, n. 5658)».

La Corte di Cassazione ha, quindi, coerentemente applicato i principi e le coordinate ermeneutiche della giurisprudenza e dalla dottrina più consolidata.

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[1] L’ordinanza decisoria è il frutto della riforma introdotta dalla l. 197 del 2016 del Codice di procedura civile, che si fonda su due pilastri: il primo è costituito dalla riforma del rito; il secondo dall’adozione di un nuovo modello di provvedimento decisorio. I due pilastri sono in stretta connessione tra loro in quanto all’adozione del rito camerale corrisponde la pronuncia di una ordinanza decisoria, mentre all’adozione del rito della pubblica udienza corrisponde la pronuncia di una sentenza. Quest’ultimo rito è l’eccezione poiché si adotta solo quando le questioni sono di particolare rilevanza.

[2] Cass. 1992/1976, Cass. 3651/2006, Cass. 20317/2005.

[3] Così C.M. Bianca, Diritto civile V. La responsabilità2 (Milano 2012); F. Galgano, Trattato di diritto civile III (Padova 2015) 221. Cass. 522/1987 ha ritenuto che «la presunzione legale di colpa posta dall’art. 2051 cod. civ. a carico del custode, importa che questi, per andare esente da responsabilità, debba fornire la prova positiva del fortuito, senza potersi giovare dell’ignoranza dello stato della cosa o della incertezza circa la causa dell’evento dannoso». Si v. ancora Cass. n. 3129/1987, secondo la quale la responsabilità ex art. 2051 c.c. è fondata «non sul principio della responsabilità oggettiva ma sul dovere di custodia che incombe al soggetto che, a qualsiasi titolo, ha un effettivo e non occasionale potere fisico sulla cosa, in relazione all’obbligo di vigilare in modo da impedire che arrechi danni ai terzi».

[4] P.G. Monateri, La responsabilità civile, in R. Sacco (cur.) Trattato di diritto civile (Torino 1998) 1038; Ex multis, Cass. n. 2563/2007; F. Gazzoni, Manuale di Diritto Privato (Napoli 2017) 729 s.

[5] In tal senso, Cass. 8229/2010, Cass; 15375/2011, Cass. 472/2003, Cass. 10641/2002, Cass. 12694/1999, Cass. 5031/1998, precedute da Cass. SS. UU. 12019/1991.

[6] Cass.  2482/2018.

[7] Anche in ambito penale viene data rilevanza giuridica al caso fortuito (art. 45 c.p.) dato che, trattandosi di un evento non voluto, esclude secondo alcuni il dolo o la colpa in capo a chi commesso un reato, secondo altri la tipicità.

[8] Cfr. Cass. 11526/2017; Cass. 12895/2016; Cass. 23584/2013.

 


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