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La nullità c.d. selettiva nel contratto d’intermediazione finanziaria privo della forma scritta ed eventuale restituzione alla banca delle utilità derivanti da tutte le operazioni effettuate in adempimento del contratto quadro

Note a margine di Cassazione civile, sez. I, ord. 02/10/2018, n. 23927

 

  1. Brevi cenni sulla nullità di protezione.

È noto che la nullità di protezione è quella peculiare forma di nullità “caratterizzata dalla coesistenza della legittimazione ristretta, potendo essere fatta valere dal solo soggetto nel cui interesse è prevista, e della rilevabilità d’ufficio subordinata alla verifica dell’utilità pratica che ne potrebbe derivare al soggetto protetto[1].

Tale assetto è solo apparentemente contraddittorio ove si rilevi la ratio della categoria, individuata – già dalla dottrina maggioritaria e poi anche dalla giurisprudenza[2] – nel c.d. ordine pubblico di protezione, ossia in un complesso di norme tese a tutelare determinati soggetti giuridici appartenenti a ceti o gruppi sociali caratterizzati da una situazione di particolare debolezza e vulnerabilità e che conseguentemente necessitano di una specifica protezione da parte del legislatore.

È stato, invero, chiarito che – coerentemente all’appartenenza al genus nullità – anche quelle c.d. di protezione sono “volte a tutelare interessi generali, quali il complessivo equilibrio contrattuale (…), ovvero le stesse regole di mercato”; di qui l’affermazione per la quale le “nullità di protezione si caratterizzano per una precipua natura ancipite, siccome funzionali nel contempo alla tutela di un interesse tanto generale (l'integrità e l'efficienza del mercato, …) quanto particolare/seriale (quello di cui risulta esponenziale la classe dei consumatori o dei clienti) …”, il che spiega il carattere relativo della legittimazione a far valere la violazione di tali norme e, al contempo, potere-dovere del giudice di rilevarle d’ufficio[3].

In considerazione del doppio binario su cui viaggia tale forma di invalidità si è, di recente, affermato che “la nullità di protezione è, nel contempo, strumento di governo degli scambi e mezzo di tutela degli interessi di una delle parti del contratto rispetto a situazioni di "irrazionalità" (…) che ne compromettono la libertà di scelta[4].

  1. La nullità di protezione e il principio di buona fede: il problema della nullità c.d. selettiva.

Fatte tali generali premesse sul peculiare modo di atteggiarsi della nullità di protezione, negli ultimi tempi, si è sviluppata negli interpreti l’esigenza di scongiurare il pericolo di uno sfruttamento "opportunistico" della normativa di protezione per il conseguimento di risultati iniqui per il contraente tutelato[5].

È stato, invero, rilevato in giurisprudenza che quest’ “arma di tutela” del contraente debole debba necessariamente contemperarsi con il fondamentale principio della buona fede, quale “secolare portato di civiltà giuridica ex art. 1375 c.c.[6], onde evitare che la nullità di protezione possa essere divenire strumento teso al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli concepiti dal legislatore.

La problematica si è posta, di recente, in tema di contratti di investimento, con specifico riguardo alla possibilità per l'investitore di far valere la nullità del contratto-quadro, privo dei requisiti formali ad substantiam, solo rispetto ad alcuni degli ordini di investimento effettuati in adempimento del contratto nullo.

Si discorre a riguardo di “uso selettivo della nullità” o nullità c.d. “selettiva”.

La questione della forma dei contratti di investimento è stata oggetto di cognizione da parte delle Sezioni Unite della Suprema Corte[7], chiamata a stabilire se il requisito della forma scritta del contratto relativo alla prestazione dei servizi di investimento – prescritto dall’art. 23 del T.U.F. – esiga, oltre alla sottoscrizione dell'investitore, anche la sottoscrizione ad substantiam dell'intermediario.

Muovendo dalla ratio sottesa alle prescrizioni formali previste dall’art. 23 cit. - consistenti nella redazione per iscritto del contratto di investimento e la consegna della scrittura al cliente - funzionali “ad assicurare la piena indicazione al cliente degli specifici servizi forniti, della durata e delle modalità di rinnovo del contratto e di modifica dello stesso, delle modalità proprie con cui si svolgeranno le singole operazioni, della periodicità, contenuti e documentazione da fornire in sede di rendicontazione, ed altro come specificamente indicato[8], le citate Sezioni Unite[9] approdano alla conclusione che il “requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dal D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, è rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell'investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell'intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti”.

Acclarato che ai fini della validità del contratto di investimento è necessario e sufficiente ad integrare il requisito formale la sottoscrizione dell’investitore e la consegna allo stesso del documento e che il difetto di forma c.d. di protezione comporta una nullità che può essere fatta valere solo dall’investitore medesimo, si pone, a questo punto, il problema di stabilire se è legittima la domanda del contraente protetto tesa ad ottenere la nullità solo di alcuni ordini di investimento o, di converso, se è ammissibile la domanda riconvenzionale della banca volta ad ottenere dal risparmiatore le cedole, i dividendi ed ogni altra utilità derivanti da tutte le operazioni effettuate nel tempo per effetto della caducazione del contratto.

La “rilevanza e la delicatezza della questione …., nella quale temi specifici della contrattazione finanziaria incrociano profili più generali del diritto delle obbligazioni (regime delle nullità di protezione, sanabilità del negozio nullo, opponibilità delle eccezioni di correttezza e buona fede), e la difficile ricerca di un punto di equilibrio tra le opposte esigenze, di garanzia degli investimenti operati dai privati con i loro risparmi (art. 47 Cost.) e di tutela dell'intermediario, anche in relazione alla certezza dei mercati in materia di investimenti finanziari”, ha indotto la I Sezione Civile[10] della Corte di Cassazione a rimettere nuovamente la questione al Primo Presidente per l'assegnazione alle Sezioni Unite.

Si consideri, al riguardo, che la I Sezione aveva investito le Sezioni Unite ai fini della risoluzione della questione, a monte, concernente l'eventuale nullità del contratto quadro recante la firma del solo investitore, nonché della ulteriore questione, a valle, attinente alla contrarietà a buona fede della cd. nullità selettiva (cfr. Cass., 17/05/2017, nn. 12388,12389 e 12390).

Invero, nell’ordinanza del 27 aprile 2017, i giudici remittenti rifiutavano l’assunto[11] secondo cui all'investitore sarebbe riservata la facoltà di far valere la nullità del contratto-quadro limitatamente ad alcuni ordini di investimento, avallando, in questo modo, un uso selettivo od opportunistico della nullità del contratto-quadro, in quanto rivolta esclusivamente a produrre effetti nei confronti di alcuni acquisti di prodotti finanziari, evidentemente  sul rilievo che una pratica del genere integri un abuso del diritto, da tempo ampiamente stigmatizzato dalla giurisprudenza della Suprema Corte[12].

Come detto, le Sezioni Unite[13] hanno, tuttavia, affrontato e risolto, nei termini su visti, solo la prima di dette questioni, mentre ne è rimasta, per contro, assorbita la seconda - che pure aveva costituito oggetto di rimessione - concernente l'uso selettivo, da parte dell'investitore, della nullità del contratto quadro.

Ciò nonostante, va detto, anche, che il supremo consesso, in tale occasione, ha raccomandato come “nella ricerca dell'interpretazione preferibile, (…), ove venga istituita dal legislatore una nullità relativa, come tale intesa a proteggere in via diretta ed immediata non un interesse generale, ma anzitutto l'interesse particolare, l'interprete deve essere attento a circoscrivere l'ambito della tutela privilegiata nei limiti in cui viene davvero coinvolto l'interesse protetto dalla nullità”, e ciò al fine di evitare di legittimare un uso distorto o, comunque, strumentale di tale forma di tutela, in spregio alle finalità protezionistiche per cui è stato predisposto.

2.1.             Le conseguenze della nullità del contratto quadro: l’exceptio doli quale reazione all’uso selettivo della nullità e gli obblighi restitutori.

Tanto premesso, sul punto si registrano diversi arresti giurisprudenziali.

Secondo un primo orientamento[14], l'eccepito vizio di nullità prevista dall’art. 23 TUF può essere sollevato dall'investitore anche limitatamente ad alcuni soltanto degli ordini di acquisto a mezzo dei quali è stato data esecuzione al contratto quadro viziato.

In altra pronuncia[15], i giudici di legittimità hanno, invece, rilevato che “L'esigenza di scongiurare uno sfruttamento "opportunistico" della normativa di tutela dell'investitore potrebbe portare la Corte, come suggerito da parte della dottrina, ad affermare la possibilità per l'intermediario di opporre l'exceptio doli generalis in tutte quelle ipotesi in cui il cliente (evidentemente in mala fede) proponga una domanda di nullità "selettiva", cosicché l'eccezione di dolo, concepito quale strumento volto ad ottenere la disapplicazione delle norme positive nei casi in cui la rigorosa applicazione delle stesse risulterebbe - in ragione di una condotta abusiva - sostanzialmente iniqua, potrebbe in effetti rivelarsi un'utile arma di difesa contro il ricorso pretestuoso all'art. 23 menzionato.”.

Si tratta di un’impostazione maggiormente sensibile all’esigenza di evitare di un possibile abuso della nullità di protezione, teso a trasferire opportunisticamente sull'intermediario l'esito negativo di uno o più investimenti.

Secondo altra diversa ricostruzione[16], “In materia di intermediazione finanziaria, allorché le singole operazioni di investimento abbiano avuto esecuzione in mancanza della stipulazione del contratto quadro, previsto dal D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, all'investitore, che chiede che ne sia dichiarata la nullità solo di alcune di esse, non sono opponibili l'eccezione di dolo generale fondata sull'uso selettivo della nullità e, in ragione della protrazione nel tempo del rapporto, l'intervenuta sanatoria del negozio nullo per rinuncia a valersi della nullità o per convalida di esso, l'una e l'altra essendo prospettabili solo in relazione ad un contratto quadro formalmente esistente”.

Tale conclusione si fonda sull’assunto per il quale, se manca un pregresso accordo quadro debitamente stipulato tra le parti nella richiesta forma scritta – perché le stesse non hanno inteso dare al rapporto una veste formale stabile e definitiva – e, quindi, ci si trovi in presenza di un elevato numero di operazioni di investimento e disinvestimento, “tante quante sono quelle poste in essere attraverso l'esecuzione degli ordini di negoziazione impartiti di volta in volta dall'investitore all'intermediario, ciascuna delle quali ubbidisce al proprio statuto giuridico e conserva perciò la propria individualità, di guisa che quando se ne faccia valere la nullità … non vi è ragione di chiedersi se ciò integri "un uso selettivo della nullità" e cozzi perciò contro le regole della correttezza e della buona fede o sia fonte di un abuso del diritto, perché una siffatta evenienza - ma non diverso discorso si impone per i pretesi effetti concludenti, quanto alla rinuncia a valersi della nullità o alla convalida di essa di un comportamento protratto nel tempo - è prospettabile unicamente in presenza di un contratto quadro e non quando come qui esso totalmente manchi”.

In altri termini, l’inesistenza (rectius la nullità) di un contratto quadro per difetto delle prescrizioni formali di cui all’art. 23 cit. preclude in radice la configurabilità di un uso selettivo della nullità e, dunque, un abuso del diritto a fronte del quale è esperibile un’exceptio doli generalis; ciò in quanto l’una e l'altra sarebbero, in quest’ottica, prospettabili solo in relazione ad un contratto quadro formalmente esistente.

Circa le conseguenze derivanti dalla declaratoria di nullità del contratto-quadro e di taluni ordini, la Corte di Cassazione[17], con una successiva pronuncia, ha ritenuto che “ove sia stata dichiarata la nullità del contratto quadro su domanda dell'investitore non è precluso all'intermediario, che pure non abbia proposto la domanda di nullità anche degli ordini positivamente conclusi per il proprio cliente, di sollevare l'eccezione di compensazione con riguardo all'intero credito restitutorio che le deriva, in tesi, dal complesso delle operazioni compiute nell'ambito del contratto quadro dichiarato nullo”.

La Suprema Corte fa rigorosa applicazione delle norme in tema di indebito oggettivo.

È noto che la disciplina del pagamento dell'indebito è richiamata dall'art. 1422 c.c., che nell’affermare l’imprescrittibilità dell’azione di nullità fa salvi, tra gli altri, gli effetti della prescrizione dell’azione di ripetizione; “accertata la mancanza di una causa adquirendi in caso di nullità, annullamento, risoluzione o rescissione di un contratto, o in presenza di qualsiasi altra causa che faccia venir meno il vincolo originariamente esistente - l'azione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione dello stesso è quella di ripetizione dell'indebito oggettivo; la pronuncia del giudice, avente portata estintiva del contratto, è l'evenienza che priva di causa giustificativa le reciproche obbligazioni dei contraenti e dà fondamento alla domanda del solvens di restituzione della prestazione rimasta senza causa[18].

Pertanto, l’inefficacia del contratto di intermediazione finanziaria - destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti -, ab origine, in caso di nullità, o sopravvenuta, per effetto dell’annullamento o della risoluzione, operano le regole comuni dettate dagli artt. 2033 c.c. e ss., non altrimenti derogate.

Nè la legittimazione ristretta all'azione di nullità – riservata ex art. 23 D.Lgs. n. 58/1998 all'investitore – impedisce la restituzione reciproca dell'indebito ricevuto: “ponendosi la legittimazione all'azione e le conseguenze ripristinatorie dell'azione medesima, qualora esercitata, su piani diversi, che l'investitore può vagliare al momento della proposizione della domanda, perseguendo la sua massima convenienza.

Neppure è di ostacolo la natura giuridica dei singoli ordini, che questa Corte ormai ritiene negozi giuridici autonomi, ma collegati al contratto normativo di investimento. Se, invero, come ormai si afferma (Cass. 23 maggio 2017, n. 12937; Cass. 9 agosto 2016, n. 16820; Cass. 27 aprile 2016, n. 8394; Cass. 6 novembre 2014, n. 23717), può sì predicarsi anche la caducazione del singolo ordine, tipicamente mediante l'azione di risoluzione per inadempimento, ma anche di altre azioni caducatorie, e se ciò lascia in tal caso sopravvivere il contratto quadro e la sua idoneità a fondare l'efficacia degli altri ordini, resta tuttavia che, quando, come nella specie, sia stata dichiarata dal giudice del merito la nullità per difetto di sottoscrizione da parte del cliente del contratto avente ad oggetto la prestazione di servizi d'investimento, anche i successivi ordini, pur qualora non indicati dal cliente, ne restano travolti (cfr. già Cass. 11 aprile 2016, n. 7068; onde non rileva il precedente di Cass. 27 aprile 2016, n. 8395, che attiene all'azione proposta solo con riguardo a taluni ordini).”.

Le restituzioni non seguono automaticamente alla caducazione del contratto, essendo necessaria la domanda di parte. “Essendo, inoltre, entrambe le parti titolari del diritto alla restituzione dell'indebito, i reciproci crediti, ove esistano versamenti eseguiti in esecuzione del contratto, potranno compensarsi legalmente, ai sensi dell'art. 1243 c.c..”.

  1. Spunti di riflessione in attesa delle Sezioni Unite.

Da questo breve excursus traspare la difficoltà degli interpreti ad individuare un assetto soddisfacente tra gli opposti interessi in gioco, quello individuale e “protetto” dell’investitore-contraente debole e quello più generale del corretto funzionamento e della stabilità dei mercati finanziari.

La problematica in oggetto, invero, intercetta ed attraversa le più significative tematiche del diritto delle obbligazioni (correttezza e buona fede, nullità, ripetizione di indebito).

In attesa del pronunciamento delle Sezioni Unite e senza la pretesa di suggerire soluzioni di sorta, ci si limita, in questa sede, ad offrire qualche spunto di riflessione.

Se si guarda al Codice del Consumo, che può dirsi rappresentare lo statuto del contraente debole, ed in specie, all’art. 36 comma 1 – secondo cui “le clausole considerate vessatorie ai sensi degli articoli 33 e 34 sono nulle mentre il contratto rimane valido per il resto” – si rileva che la nullità di protezione ivi prevista è concepita come una nullità necessariamente parziale[19].

Invero, è opinione comune che la tendenza a conservare forzosamente il contratto depurato dalle clausole abusive si presta a tutelare in modo più efficace la parte contrattualmente debole, in quanto la caducazione dell’intero contratto – a seguito della declaratoria della nullità totale – finirebbe per pregiudicare anziché tutelare il consumatore, in ragione dell’interesse che lo stesso ha di procurarsi beni e servizi oggetto della contrattazione con il professionista.

In quest’ottica e in maniera simmetrica, in tema di forma dei contratti di investimento, venendo in rilievo una nullità di protezione, potrebbe ritenersi legittimo l’uso selettivo della nullità, ossia la domanda diretta a conseguire la caducazione di alcuni ordini di investimento – evidentemente di quelli che non hanno sortito risultati positivi – in esecuzione del contratto quadro nullo per difetto di forma.

La conseguenza è che sarebbe precluso all’intermediario sollevare l’eccezione di dolo, in quanto la condotta del cliente – che non può interferire nella formazione del contratto a causa dell'asimmetria negoziale che lo caratterizza – sarebbe conforme alle finalità protezionistiche della norma.

Logico corollario di questa impostazione è che sarebbe, altresì, precluso all’intermediario eccepire la compensazione tra crediti restitutori, se non limitatamente tra quelli discendenti dalla caducazione dei singoli ordini di investimento “selezionati dal cliente”[20], sia proporre domanda riconvenzionale tesa a ripetere dal risparmiatore, per effetto della caducazione del contratto quadro, le cedole, i dividendi ed ogni altra utilità derivanti da tutte le operazioni effettuate nel tempo e in adempimento dello stesso.

Invero, se si ritiene coerente con l’impronta protezionistica della previsione di cui all’art. 23 la facoltà per il cliente – che fa valere la nullità del contratto-quadro per difetto di forma – di selezionare gli investimenti da caducare, sulla base – e non potrebbe essere diversamente – di una valutazione meramente opportunistica e di convenienza, è evidente che, di contro, non può ammettersi la possibilità per l’intermediario finanziario di ripetere tutto quanto è stato dal cliente riscosso per effetto dell’inefficacia del complesso degli investimenti effettuati in esecuzione dell’accordo-quadro nullo.

Questa ricostruzione, portata così alle sue estreme conseguenze, finisce per introdurre in via interpretativa una deroga alla disciplina legale dell’indebito oggettivo (artt. 2033 e ss. c.c.).

Orbene, è opinione di chi scrive che il problema dell’ammissibilità, o meglio, della compatibilità con le regole di correttezza e buona fede dell’uso selettivo della nullità da parte dell’investitore e, quindi, dell’esperibilità dell’exceptio doli generalis da parte dell’intermediario sia, in realtà, un falso problema ove si faccia rituale applicazione delle norme in tema di indebito oggettivo.

Invero, occorre partire dall’ultima delle pronunce della Suprema Corte riportate nel paragrafo precedente[21], che muove dall’esistenza di un collegamento negoziale, a carattere unilaterale, tra il contratto-quadro e le singole operazioni di investimento, tale per cui la declaratoria di nullità del primo travolge automaticamente le seconde, indipendentemente dalla circostanza che il cliente abbia limitato la domanda di nullità solo ad alcuni dei negozi di attuazione.

Sicchè, venuta meno la giustificazione causale degli spostamenti patrimoniali connessi alle operazioni di investimento, in assenza di una espressa deroga normativa alla disciplina sull’indebito oggettivo (artt. 2033 e ss. c.c.), sorge per entrambe le parti – e quindi anche per l’intermediario – il diritto a ripetere quanto prestato in esecuzione dei negozi nulli.

Pertanto, la possibilità per l’istituto finanziario di poter ripetere le prestazioni divenute indebite a seguito della declaratoria di nullità del contratto-quadro e della sopravvenuta inefficacia dei negozi di attuazione consente di aggirare il problema della nullità c.d. selettiva, in quanto il cliente effettuerà una valutazione di opportunità a monte, ossia circa la convenienza o meno di far valere la nullità del contratto-quadro, più che quella, a valle, relativa ai singoli ordini di acquisto.

In altri termini, la valutazione opportunistica connessa alla nullità di protezione rientra nella fisiologia ed è coerente con la ratio dell’istituto che, con la previsione della legittimazione relativa, rimette essenzialmente alla parte protetta la scelta se caducare o meno il contratto-quadro.

Tuttavia, una volta che la parte legittimata si sia determinata a far valere la nullità per difetto forma dell’accordo-quadro, a prescindere dal fatto che la stessa selezioni le operazioni di investimento da caducare, l’intermediario convenuto può far valere, o in via riconvenzionale o attraverso un’eccezione di compensazione con i crediti restitutori dell’attore, il diritto alla ripetizione di tutte le utilità che sono derivate al cliente in esecuzione del contratto nullo.

Tanto basta a metterlo a riparo da qualunque abuso perpetrato dal contraente “debole” e a rendere essenzialmente inutile il ricorso all’eccezione di dolo.

 

________

[1] Cass., 28 agosto 2015, n. 17286.

[2] Cass., SS.UU., 12 dicembre 2014, n. 26242; Cass., SS.UU., 4 settembre 2012, n. 14828; cfr. M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Torino, 2018, pag. 849 e ss..

[3] Cfr. Cass., SS.UU., 12 dicembre 2014, n. 26242, le quali hanno osservato che il potere del giudice di rilevare la nullità, anche in tali casi, risponde al perseguimento di interessi generali quali il corretto funzionamento del mercato (art. 41 Cost.) e l’uguaglianza quantomeno formale tra contraenti forti e deboli (art. 3 Cost.).

[4] Così Cass., 27 aprile 2017, n. 10447.

[5] Si è già rilevato come a fronte della legislazione dell’ultimo ventennio che, in risposta allo sviluppo dei mercati, è tutta protesa ad assicurare una marcata tutela del contraente debole, si sta, recentemente, innescando una controtendenza della giurisprudenza volta a contenere possibili spinte di ipertutela del contraente debole; cfr. M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Torino, 2018, pag. 904 e ss.

[6] Cass. 27/04/2017 n. 10447.

[7] Cass., Sez. Un., 16/01/2018, n. 898.

[8] E, dunque, funzionali alla “piena e corretta trasmissione delle informazioni al cliente, nell'obiettivo della raccolta di un consenso consapevole alla stipula del contratto” in un’ottica di tutela dell’investitore; così Cass. 27/04/2017 n. 10447.

[9] Per un’approfondita disamina della pronunzia in parola si rinvia a M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Torino, 2018, pag. 668 e ss. e pag. 907 e ss., nonché a V. Olisterno, La forma nei contratti di investimento. Da forma di struttura a forma di funzione., su http://www.iurisprudentia.it/le-sezioni-unite-sulla-forma-nei-contratti-di-investimento/.

[10] Ordinanza interlocutoria n. 23927 del 2 ottobre 2018.

[11] Cass. 27 aprile 2016, n. 8395.

[12] Ex multis Cass. 13 settembre 2016, n. 17968, sulle assenze dal lavoro; 5 aprile 2016, n. 6533, sull'iscrizione di ipoteca; 21 ottobre 2015, n. 21318, sull'azione risarcitoria extracontrattuale; 12 giugno 2015, n. 12263, sul contratto di fideiussione e mancato tempestivo adempimento imputabile; 15 ottobre 2012, n. 17642, ancora in tema di fideiussione; accanto a tutta la giurisprudenza tributaria in tema.

[13] Cfr. Cass. Sez. U., 16/01/2018, n. 898; Cass. Sez. U., 18/01/2018, n. 1200.

[14] Cass., 27/04/2016, n. 8395.

[15] Cass., 17/05/2017, n. 12390.

[16] Cass., 24/04/2018, n. 10116

[17] Cass., 16/03/2018, n. 6664.

[18] Così Cass., 16/03/2018, n. 6664 che richiama Cass. 06/06/2017, n. 14013; Cass. 03/06/2016, n. 11490; Cass. 07/02/2011, n. 2956; Cass. 15/04/2010, n. 9052; Cass. 12/12/2005, n. 27334; Cass. 04/02/2000, n. 1252.

[19] Per una completa disamina della disciplina consumeristica e in generale del contraente debole, si rinvia a M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Torino, 2018, pag. 889 e ss..

[20] Si veda sul punto Cass., 27/04/2016, n. 8395.

[21] Cass., 16/03/2018, n. 6664.


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