ISSN 2464-9694
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Il falso del progettista
giurisprudenza penale

Il falso del progettista

Cass., Sez. III, 23 gennaio 2017, n. 3067.

 

Con la sentenza n. 3067 depositata il 23 gennaio 2017, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione è tornata sulla questione della rilevanza penale della condotta del progettista che, nella relazione di accompagnamento alla denuncia di inizio attività, rappresenti falsamente la situazione di fatto.

Al riguardo è stato ribadito il principio (già espresso con le sentenze della medesima Sezione n. 50621 del 18 giugno 2014 e n. 35795 del 17 aprile 2012), secondo cui le false attestazioni contenute nella relazione di accompagnamento alla dichiarazione di inizio di attività edilizia integrano il reato di falsità ideologica in certificati (art. 481 cod. pen.), in quanto detta relazione ha natura di certificato in ordine alla descrizione dello stato attuale dei luoghi, alla ricognizione degli eventuali vincoli esistenti sull'area o sull'immobile interessati dall'intervento, alla rappresentazione delle opere che si intende realizzare e all'attestazione della loro conformità agli strumenti urbanistici ed al regolamento edilizio. Più in particolare, è stato altresì riaffermato (cfr. in precedenza Cass. Sez. 3, n. 27699 del 20 maggio 2010) che, rispetto alla d.i.a., assume la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità e risponde, quindi, del reato di falsità ideologica in certificati, il progettista che, nella relazione iniziale di accompagnamento di cui all'art. 23, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001, renda false attestazioni, sempre che le stesse riguardino lo stato dei luoghi e la conformità delle opere realizzande agli strumenti urbanistici e non anche la mera intenzione del committente o la futura eventuale difformità di quest'ultima rispetto a quanto poi in concreto realizzato.

La sentenza n. 3067/2017 va altresì segnalata per aver ribadito altri due importanti principi giurisprudenziali, il primo in tema di permanenza nei reati urbanistici, il secondo in materia di plurioffensività dei reati contro la fede pubblica.

In ordine al primo aspetto, è stato affermato che la permanenza del reato di edificazione abusiva termina, con conseguente consumazione della fattispecie, o nel momento in cui, per qualsiasi causa volontaria o imposta (ad esempio, il sequestro del manufatto), cessano o vengono sospesi i lavori abusivi, ovvero, se i lavori sono proseguiti anche dopo l'accertamento e fino alla data del giudizio, in quello della emissione della sentenza di primo grado. Ne consegue che, ai fini dell'individuazione del momento di cessazione dei lavori, il completamento dell'opera con tutte le rifiniture interne ed esterne costituisce solo un elemento sintomatico, che, se utile nella normalità dei casi, non consente di escludere ipotesi marginali in cui la permanenza sia terminata anche senza l'ultimazione dell'opera nel senso anzidetto, come ad esempio quando risulti l'ininterrotto utilizzo abitativo del bene comprovato dalla attivazione delle utenze necessarie.
Ciò che conta, è dunque l'ininterrotto utilizzo abitativo del bene, del quale l'attivazione delle utenze è solo uno degli elementi sintomatici e non è da solo sufficiente a far ritenere cessata la permanenza, ben potendosi dare il caso di attivazione delle utenze a lavori ancora in corso.

Quanto al secondo profilo, la Corte ha richiamato il proprio consolidato insegnamento (cfr. Cass. Sez. 3, n. 2511 del 16 ottobre 2014), secondo cui i delitti contro la fede pubblica, per la loro natura plurioffensiva, tutelano direttamente non solo l'interesse pubblico alla genuinità materiale e alla veridicità ideologica di determinati atti, ma anche quello dei soggetti sulla cui sfera giuridica l'atto sia destinato a incidere concretamente, con la conseguenza che essi, in tal caso, sono legittimati a costituirsi parte civile.


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