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Gli atti interruttivi della prescrizione civile: la portata dell’art. 2943 c.c. alla luce della distinzione tra diritti di credito e diritti potestativi

Nota alla ordinanza della Cassazione civile, sez. II, 02/10/2018, (ud. 23/05/2018, dep.02/10/2018),  n. 23857,  Pres. D'Ascola, rel. Federico.

Ricognizione: la Sezione II della Corte di Cassazione ha rimesso all’esame del Primo Presidente, per la valutazione dell’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la seguente questione di massima di particolare importanza: “se, previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita, con esclusione delle ipotesi disciplinate dal codice del consumo, siano configurabili idonei atti interruttivi della prescrizione di cui all’art. 1495, comma 3, c.c., ai sensi degli artt. 2943 ss. c.c., diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie di cui all’art. 1492, comma 1, c.c.”.

 

Sommario: a) La vicenda concreta da cui origina la questione di diritto; b) La questione giuridica all’esame della Corte di Cassazione; c) Premessa sistematica: gli istituti in rilievo: 1.la garanzia per vizi nella compravendita; 2.la prescrizione come sanzione per l’inerzia; 3.Gli atti interruttivi la prescrizione. d) I due orientamenti in ordine agli atti idonei interruttivi della prescrizione di cui all’art. 1495, comma 3, c.c.; e) Riflessioni conclusive.

 

  1. La vicenda concreta da cui origina la questione di diritto.

Nel caso portato sino all’attenzione della Seconda Sezione, un’azienda agricola citava in giudizio innanzi al Giudice di pace di Lizzano una cooperativa vivai, per sentir pronunciare la riduzione del prezzo ex artt. 1490 e 1492 c.c. di una partita di piante acquistate dalla cooperativa convenuta.

Esponeva l’attrice di aver provveduto alla restituzione di una parte delle piante in quanto palesemente affette da virosi e di aver effettuato la denuncia per vizi attraverso quattro raccomandate. La cooperativa convenuta eccepiva la tardività della denuncia e conseguentemente la decadenza dalla garanzia per vizi ed, in ogni caso, la prescrizione dell’azione.

Il Giudice di pace, adito in primo grado, accoglieva la domanda attorea di riduzione del prezzo.

La sentenza veniva confermata dal Tribunale di Taranto in appello, con reiezione delle eccezioni di decadenza e prescrizione riproposte in sede di gravame dalla venditrice, ritenendo, quanto alla decadenza, che l’acquirente avesse raggiunto contezza dei vizi nel corso del tempo, e che, per effetto delle note inviate, poteva ritenersi rispettato il termine decadenziale; quanto alla prescrizione, rilevava il giudice di secondo grado che l’azione di garanzia poteva ritenersi utilmente interrotta dalle diverse comunicazioni, con le quali l’acquirente aveva manifestato per iscritto alla venditrice l’inidoneità delle piante all'innesto, prospettando il ricorso alla tutela giudiziaria poi concretamente attuato.

Avverso detta sentenza, la cooperativa vivai proponeva ricorso per cassazione.

 

  1. La questione giuridica all’esame della Corte di Cassazione.

Orbene, la questione su cui la Sezione Seconda rinviene un contrasto di vedute concerne specificamente la categoria degli atti interruttivi della prescrizione civile.

La ricognizione concerne la necessità di verificare se le comunicazioni con le quali l'acquirente manifesti alla venditrice l'esistenza di vizi del bene compravenduto, prospettando, mediante tali atti, il futuro ricorso alla tutela giudiziaria, poi effettivamente esperito, possano costituire atti idonei ad interrompere, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1495 e 2943 c.c., la prescrizione della garanzia del venditore di cui all'art. 1490 c.c. e delle azioni che da essa derivano ex art. 1492 c.c.

La Suprema Corte viene quindi interrogata su un istituto concettualmente problematico, dalla natura ambivalente, sostanziale e processuale, definito quale fenomeno che “accomunato – quasi come se si trattasse di un unico fenomeno giuridico – da una identità di nomen e di struttura, tanto nel diritto civile (ove dava luogo ad un fenomeno «estintivo» e ad uno «acquisitivo» dei diritti, in luogo della usucapione), che in quello penale («vizio di origine» che si è portato addosso per molto tempo), ha saltellato e continua a saltellare in una terra di nessuno, a mezza strada tra il diritto sostanziale e quello processuale, secondo un pendolarismo che la sua stessa natura anfibia indubbiamente asseconda.[1]”.

Il quesito -  ovvero quali siano compiutamente gli atti idonei ad interrompere il breve termine di prescrizione previsto dall'art. 1495 c.c. e se sia possibile immaginare all’interno della categoria anche atti diversi dall'azione giudiziale; ancora, nel caso positivo, quale debba essere contenuto di tali atti - merita un previo approfondimento dogmatico.

 

  1. Premessa sistematica: gli istituti in rilievo: La garanzia per vizi nella compravendita

Le Sezioni Unite vengono chiamate ad indagare la “previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita”, con esclusione, quindi, del pur importante panorama dei rimedi previsti in favore del compratore nella legislazione speciale, specie di quelli che attengono ad ipotesi di vendita intercorse con un compratore consumatore,

collocate nell’unico testo normativo del Codice del Consumo di cui al D. Lgs. 6/9/2005 n. 206.

Orbene, l'articolo 1490 c.c. prevede che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore. L’art. 1490 co. II c.c. prevede la possibilità di un patto per escludere o limitare la garanzia; tale patto non ha effetto per il caso che il venditore abbia in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa[2].

L'articolo 1491 c.c. stabilisce poi che non è dovuta la garanzia se al momento del contratto il compratore conosceva i vizi della cosa; parimenti non è dovuta se i vizi erano facilmente riconoscibili, salvo, in questo caso, che il venditore abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi.

Il nostro codice accorda, in linea generale, al compratore una particolare protezione che si sostanzia nelle cosiddette azioni edilizie (la cui etimologia risale al diritto romano ove erano previste negli editti degli edili curuli, ossia dai magistrati che in Roma erano chiamati a sovrintendere alle vendite di schiavi e animali nei mercati[3]; si tratta della azione di risoluzione, riduzione del prezzo cui si aggiunge il diritto al risarcimento del danno).

Pertanto, l’articolo 1492 c.c. disciplina il tipo di azioni che sono esperibili dal compratore, prevedendo che nei casi indicati dall'articolo 1490 c.c. il compratore possa domandare a sua scelta la risoluzione del contratto, ovvero la riduzione del prezzo.

Nel primo caso si parla di azione redibitoria, con la quale l'acquirente è tenuto a restituire il bene ed ha diritto al rimborso del prezzo pagato, mentre nel secondo caso si tratta dell'azione estimatoria o actio quanti minoris. In tal caso, se l'acquirente ha già versato il prezzo ha diritto alla restituzione di parte di esso; mentre, se non l'ha ancora versato ha diritto a versare una somma minore rispetto a quella pattuita.

Il codice non contempla un’azione di esatto adempimento, e le ragioni di tale scelta sono svelate dalla stessa origine storica di questi strumenti. Ed invero, nel diritto romano, quando oggetto delle compravendite erano essenzialmente beni infungibili (es. schiavi o cavalli), l’azione di esatto adempimento (comportante la sostituzione o riparazione della res compravenduta) sarebbe apparsa del tutto insoddisfacente rispetto alle concrete esigenze di tutela[4].

La disciplina della garanzia edilizia contempla termini brevi: il compratore infatti decade dal diritto alla garanzia se non denunzia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta; la denunzia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto l’esistenza del vizio o l’ha occultato; l’azione, inoltre, si prescrive in un anno dalla consegna della cosa (art. 1495 c.c.).

 

2.La prescrizione come sanzione per l’inerzia.

È noto che presupposto della prescrizione sia l'inerzia del titolare del diritto, ovvero la mancata verificazione di quel fatto umano rilevante per l’ordinamento da parte del titolare o da colui che trae vantaggio dal compimento della prescrizione[5].

La prescrizione opera come sanzione per l’inerzia del titolare del diritto protrattasi per un determinato periodo di tempo, in quanto l’ordinamento vi ricollega la perdita del diritto.

Discusse la natura della prescrizione e la sua giustificazione. Invero, l’art. 2934 c.c. chiarisce che “ogni diritto si estingue per prescrizione”, indicando come la prescrizione sia un modo di estinzione dei rapporti giuridici[6].

Nel tempo la dottrina ha osservato l’istituto della prescrizione, rinvenendo nella stessa la necessità di tutelare l’interesse generale alla certezza del diritto. Soprattutto nel Medioevo, infatti, essa era percepita come conforme con la morale a fronte della ingiusta violenza che il creditore o il titolare di un diritto era chiamato a subire da chi profittava del decorso del tempo. Per questo motivo i giuristi esponenti della dottrina canonistica asserirono che la disciplina della prescrizione non tutelava gli interessi di una parte, bensì un superiore interesse alla certezza del diritto[7].

 

Bartolo da Sassoferrato, emancipandosi parzialmente dall’insegnamento canonistico, introdusse una regola interessante e degna di essere ricordata in questa sede. Il giurista bolognese distinse la prescrizione delle azioni reali – alle quali corrispondeva l’acquisto della proprietà  attraverso l’usucapione e che necessitava della buona fede del possessore – dalla prescrizione dei crediti, per i quali, invece, dalla buona fede si poteva prescindere[8].

L’eccezione medioevale dell’istituto si è tramandata nei codici d’ispirazione francese nei quali si legge che la funzione principale della prescrizione fosse quella di garantire la certezza del diritto[9]: il sacrificio del titolare del diritto consente da un lato di garantire la certezza dei rapporti giuridici dall’altro di impedire che determinate pretese vengano azionate a distanza di molto tempo dal loro sorgere, rendendone gravosa la prova in sede processuale[10].

Nella relazione ministeriale del codice italiano del 1942 all’art. 2936 del c.c. il Ministro affermava espressamente che, «coerentemente alla finalità d’ordine pubblico che informa l’istituto della prescrizione», l’art. 2936 c.c. sancisce la nullità di qualsiasi patto diretto a modificarne la disciplina legale. Sempre secondo la relazione, le ragioni a giustificazione delle clausole che consentono alle parti di modificare i termini prescrizionali «muovono dall’erroneo presupposto che la prescrizione sia stabilita nell’interesse del debitore, disconoscendo così il carattere pubblico dell’istituto, posto in luce dalla migliore dottrina»[11].

Tale tesi ha trovato pieno consenso nella dottrina maggioritaria[12].

La giurisprudenza più recente della Suprema Corte ha oltrepassato tale orientamento, riconoscendo oggi che la prescrizione tutela esclusivamente un interesse disponibile delle parti[13], realizzando in tal modo l’emancipazione dal consolidato orientamento dottrinale e affermando il principio per cui l’interesse tutelato dalla prescrizione non ha natura pubblicistica, ma coincide con quello del debitore. Ne consegue che viene meno anche la ratio del divieto (di ordine pubblico) di derogare alla disciplina prevista dal legislatore[14].

 

3.Gli atti interruttivi della prescrizione.

Orbene, anteposti i principi fondanti la prescrizione, occorre indagare quali siano gli atti idonei ad interrompere il breve termine di prescrizione previsto dall'art. 1495 c.c. e se sia possibile immaginare all’interno della categoria anche atti diversi dall'azione giudiziale.

L’art. 2943 c.c. dispone che la prescrizione sia interrotta dalla notifica dell’atto con il quale si inizia un giudizio di cognizione, conservativo od esecutivo, dalla domanda proposta nel corso di un giudizio. La norma inoltre stabilisce che prescrizione sia interrotta “da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore e dall’atto notificato con il quale una parte, in presenza di compromesso o clausola compromissoria, dichiara la propria intenzione di promuovere il procedimento arbitrale, propone la domanda e procede per quanto le spetta alla nomina degli arbitri”[15].

La legge riconosce effetto interruttivo - oltre che all’atto con cui il creditore esercita il diritto - anche ad un particolare atto del debitore: l’art. 2944 (Interruzione per effetto di riconoscimento) stabilisce che la prescrizione è interrotta dal riconoscimento del diritto da parte di colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere[16].

Dunque, il Codice civile distingue essenzialmente tra due tipi diversi di interruzione della prescrizione, quello che si regge su un atto del titolare del diritto (art. 2943 c.c.) e quello che promana dal “colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere” (art. 2944 c.c.).

Mentre nel secondo caso si ha un solo modo di interruzione (di norma, tramite il riconoscimento del debito, ai sensi dell’art. 1988 c.c.), le modalità con le quali il titolare del diritto può interrompere la prescrizione sono distinte: il codice parla della “notificazione dell’atto con il quale si inizia un giudizio” (art. 2943, 1° comma, c.c.) e di “ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore” (art. 2943, 3° comma, c.c.).

La genericità della previsione si presterebbe ad una interpretazione estensiva tale da far ritenere che le modalità di interruzione della prescrizione siano sostanzialmente atipiche. In realtà, è opinione dominante che le cause di interruzione della prescrizione siano tassativamente fissate per legge[17] (e si sostanziano nella domanda giudiziale, anche se proposta per la prima volta in appello, nell'atto di costituzione in mora e nel riconoscimento del diritto da parte del debitore), non essendo ammissibili altre cause al di fuori di quelle espressamente contemplate. Ne consegue che le disposizioni in esame non sono suscettibili di analogia[18], né è ammissibile un accordo delle parti volto a determinare un solo idoneo atto di interruzione con esclusione di tutti i possibili altri, né peraltro ha valore di causa interruttiva l'esistenza di trattative non giunte a buon fine[19].

 

  1. I due orientamenti in ordine agli atti idonei interruttivi della prescrizione di cui all’art. 1495, comma 3, c.c.

Passando alla specifica questione problematica, l’interprete non può non osservare come venga finalmente in rilievo la contaminazione e la prevalenza processuale della prescrizione.

In ordine al profilo in esame, si registrano due difformi orientamenti della giurisprudenza di legittimità.

Secondo un primo indirizzo, costituisce atto interruttivo della prescrizione dell'azione di garanzia la mera manifestazione al venditore della volontà - del compratore - di volerla esercitare, ancorché il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto[20]. Secondo tale orientamento, qualora il compratore comunichi al venditore che intende far valere il diritto alla garanzia, egli interrompe la prescrizione inerente a tale diritto e, come non è necessaria la precisazione del tipo di tutela che andrà a chiedere in via giudiziaria, cosi è irrilevante, ai fini della idoneità dell'interruzione, la riserva di scelta del tipo di tutela, in quanto non è riserva di far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione.

Un diverso orientamento [21] distingue ai fini della individuazione dell’atto idoneo ad interrompere la prescrizione tra diritti di credito e diritti potestativi.

In particolare, si osserva che la facoltà di domandare la risoluzione del contratto di vendita, attribuita dall'art. 1492 cod. civ. al compratore di una cosa affetta da vizi, abbia natura di diritto potestativo, a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Ne consegue che la prescrizione dell'azione - fissata in un anno dall'art. 1495 c.c., comma 3, - può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione di domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora (che debbono consistere, per il disposto dell'art. 1219 c.c., comma 1, in una intimazione o richiesta di adempimento di un'obbligazione), previsioni che si attagliano ai soli diritti di credito e non anche ai diritti potestativi. Tale distinzione parrebbe rinvenire una conferma nella Relazione al Codice Civile al n. 1203 dove il comma 4 dell’art. 2943 viene giustificato per le esigenze del credito, sulla base del fatto che altrimenti si sarebbe “addossato, specie in tema di prescrizioni brevi, un grave onere al creditore, costretto ad agire giudizialmente per mantenere in vita il suo diritto”.

Tale indirizzo è stato ancora di recente seguito dalla Cassazione con la sentenza del 4 settembre 2017, n. 20705, che ha affermato che in tema di esercizio di diritti potestativi, quale è l'esperimento dell'azione di risoluzione di un contratto di compravendita per vizi della cosa venduta, l'effetto interruttivo della prescrizione consegue unicamente alla proposizione della relativa domanda giudiziale, risultando inidoneo all'uopo qualsiasi atto stragiudiziale di costituzione in mora.

Di conseguenza, secondo l'indirizzo da ultimo rappresentato, si afferma tout court l'inidoneità di un mero atto di costituzione in mora con manifestazione dell'intenzione di agire di giudizio o, deve ritenersi, dell'impegno del venditore ad eliminare i vizi, a fronte del successivo esperimento dell'azione di risoluzione (ma la conclusione deve ritenersi identica anche in relazione all’actio quanti minoris, stante l'identica natura di pronuncia costitutiva che da essa deriva).

L'opposto orientamento ha invece ritenuto che la contestazione dei vizi, con "ogni più ampia riserva di azione", contenuta in un telegramma inviato a controparte, implicando un riferimento all'alternativa prevista dall'art. 1492 c.c. - nel senso di richiesta di risoluzione o di riduzione del contratto - non richiedesse necessariamente, ai fini della valida costituzione in mora e dell'effetto interruttivo, la scelta dell'azione, ben procrastinabile fino alla proposta della domanda giudiziale, dovendo escludersi che la riserva concernesse un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompeva la prescrizione[22].

Ritiene l’ordinanza di rimessione che la risoluzione di tale questione postula peraltro, la definizione di altra controversa questione, pregiudiziale, vale a dire la qualificazione giuridica della "garanzia per vizi" nella compravendita e del rapporto tra le categorie generali della "garanzia" da una parte e delle situazioni giuridiche passive dall'altra, con esclusione evidentemente delle compravendite stipulate da un compratore qualificabile come "consumatore"  con un venditore "professionista" disciplinate dal Codice del consumo.

In particolare, a parere della Sezione II sembra decisivo stabilire se la peculiare situazione giuridica designata dal codice civile come "garanzia per vizi" sia riconducibile alla nozione di obbligazione ex contractu, ovvero se, come affermato, seppur incidenter tantum dalla sentenza resa dalle Sezioni Unite del13 novembre 2012 n.19702, in materia di accordo tra venditore e compratore volto all'eliminazione dei vizi, di "soggezione", poichè espone il venditore all'iniziativa del compratore, intesa alla modificazione del contratto di vendita o alla sua caducazione, mediante l'esperimento dell'actio quanti minoris o dell'actio redibitoria.

Il venditore - prosegue la sentenza - deve subire tali effetti, che si verificano nella sua sfera giuridica ope iudicis, senza essere tenuto ad eseguire alcuna prestazione, a parte il "dare" o "solvere" derivanti dai doveri di restituzione o risarcimento.

Ora, se si ritiene che la garanzia per vizi sia riconducibile non alla categoria dell'obbligazione, ma piuttosto alla soggezione, cui è correlata, dal lato attivo, una situazione giuridica di diritto potestativo in capo al compratore di scegliere la tutela da azionare, da ciò sembra doversi fare discendere l'inidoneità, ai fini dell'interruzione della prescrizione, di atti quali la costituzione in mora e la contestazione dei vizi o di atti di riconoscimento del debito quali l'impegno ad eliminare i vizi, essendo all'uopo necessaria la proposizione di una domanda giudiziale.

 

  1. Riflessioni conclusive.

L’ordinanza di rimessione predilige pertanto  il secondo orientamento giurisprudenziale, di natura restrittiva, facendo dipendere la soluzione ultima dalla preliminare questione circa la qualificazione giuridica della "garanzia per vizi" nella compravendita, quale categoria dell'obbligazione, o piuttosto ipotesi di soggezione. Del resto, dogmaticamente appare maggiormente corretto e condivisibile distinguere, ai fini della individuazione dell’atto idoneo ad interrompere la prescrizione, tra diritti di credito e diritti potestativi.

Ambedue le tesi esaminate, a ben vedere, sembrano lambire quella esigenza di certezza del diritto che ancora oggi aleggia intorno all’istituto e che la dottrina immagina quale sua ragione fondante.

Può osservarsi tuttavia che l’orientamento avallato dalla ordinanza di rimessione si scontrerebbe con un dato testuale oltre che fattuale; ed invero, secondo parte della dottrina  l’art. 2943 c.c. avrebbe una funzione integrativa dell’art. 2934 apportandovi un’estensione e al contempo una limitazione. L’estensione concerne proprio i diritti reali, mentre la restrizione i diritti di credito.

In particolare, l’estensione consiste nel fatto che la prescrizione dei diritti reali, a ben vedere, può essere interrotta anche dagli atti di esercizio del diritto (cd. atti d’uso), ed altresì dagli atti, rivestiti di forma scritta e recettizi, con cui il titolare manifesta l’intenzione al soggetto passivo di realizzare il proprio diritto malgrado un ostacolo che vi si opponga (v. art. 1073 c.c. che per le servitù negative attribuisce il carattere di atto d’esercizio ad ogni atto di proibizione del titolare; nel diritto di superficie la prescrizione può essere interrotta dall’edificazione così come dalla richiesta

rivolta al proprietario del possesso del fondo o della cessazione di atti di turbativa; per l’usufrutto vale ad interrompere la prescrizione quale dichiarazione recettizia della volontà di realizzare il diritto, la richiesta del possesso della cosa ai sensi dell’art. 982 c.c. )[23].

La restrizione invece consiste nel fatto che il legislatore tra i vari atti compiuti dal creditore al fine di realizzare il diritto (atti di esercizio) attribuisce efficacia interruttiva soltanto a quelli rivestiti di forma scritta e recettizi con cui il creditore intima al debitore di adempiere.

Sarebbe pertanto opportuno delimitare la pronuncia alla sottocategoria di diritti potestativi in cui l’iniziativa del titolare seppur necessaria non è sufficiente alla realizzazione, occorrendo a ciò una pronuncia del giudice, come nell’azione di annullamento di un contratto.

Ancora in chiave critica può osservarsi che la ricostruzione maggiormente prudente, secondo la quale l'effetto interruttivo consegue unicamente alla proposizione della domanda giudiziale, risultando inidoneo all'uopo qualsiasi atto stragiudiziale di costituzione in mora, a meno che non si verta in materia di diritti di credito, comporterebbe un considerevole aggravio della posizione dei privati acquirenti, i quali si vedrebbero invero costretti, al fine di interrompere il termine breve di prescrizione, ad intraprendere una dispendiosa - oltre che dall’esito incerto - azione giudiziale, in tal modo vanificando la tendenza più recente del nostro sistema legislativo volta alla deflazione del contenzioso civile, per la via della degiurisdizionalizzazione.

Ad ogni modo è di certo opportuno un intervento chiarificatore da parte dell’organo di nomofilachia,  al fine di evitare che venga lasciato all’interprete il ruolo di stabilire se abbiano efficacia interruttiva atti non espressi secondo il consueto modello della costituzione in mora.

L’attuale analisi della giurisprudenza, ad ogni modo, evidenzia come l’istituto della prescrizione stia vivendo una fase di profonda evoluzione e cambiamento, che, in attesa della pronuncia della Suprema Corte, giustificheranno un maggiore interesse, soprattutto da parte della dottrina.

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[1]A. Macchia, Prescrizione, Taricco e dintorni: spunti a margine di un sistema da riformare, in Riv. Trim. Quest. Giust., n. 1/2017.

[2] È opportuno tener presente che tale patto soggiace ai limiti di cui all’art. 1229 c.c. e che, se relativo a condizioni generali di contratto di cui all’art. 1341 c.c., configura clausola vessatoria che richiede specifica sottoscrizione ai sensi del comma II dello stesso art. 1341 c.c. (cfr. Cass. 23/12/1993 n. 12759).

[3]V. Arangio-Ruiz, La compravendita in diritto romano, II, 2a ed., rist. Napoli, 1990, 353 ss.

[4] Al contrario, tale azione appare oggi certamente utile rispetto a beni prodotti in serie, in cui l’interesse dell’acquirente si incentra sulla sostituzione o sulla riparazione del bene, come accade nelle vendite di beni di consumo: il diritto del consumatore acquirente al ripristino, con la riparazione o sostituzione risulta ora previsto e disciplinato agli artt. 130 e 132 del Codice del Consumo.

[5] R. Ferrucci, Della prescrizione e della decadenza, in Comm. cod. civ., 2a ed., Torino, 1980, 446.

[6] Si veda sul punto F. Gazzoni secondo il quale “il riferimento operato dalla legge alla estinzione del diritto non appare del tutto proprio. In verità se la prescrizione operasse nel senso di estinguere il diritto, più non si comprenderebbe la regola posta dall’art. 2940 secondo cui non è ammessa la ripetizione di ciò che è stato spontaneamente pagato in adempimento di un debito prescritto. Infatti se il diritto (di credito) più non esistesse il pagamento sarebbe non più dovuto ed è regola del nostro ordinamento che il pagamento dell’indebito ammette la ripetizione (art. 2033). Dovrebbe allora ipotizzarsi che a seguito della prescrizione nascerebbe in capo al debitore un’obbligazione naturale ex art. 2034, con conseguente soluti retentio in caso di spontaneo adempimento. Sembra dunque più opportuno dire che il diritto prescritto non si estingue ma perde la propria forza, nel senso che, se si agisce in giudizio, il terzo potrà eccepire l’intervenuta prescrizione, in tal modo bloccando l’iniziativa giurisdizionale. Ma se tale eccezione non viene opposta, il diritto potrà essere fatto valere ad ogni affetto. Con altra terminologia può dirsi che la prescrizione non opera sul merito della pretesa esercitata, da cui prescinde, per determinare solo un effetto preclusivo e non già estintivo”; F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2004., p. 110.

[7] Sul punto si veda C. NANI, Storia del diritto privato italiano, Torino 1902, p. 304 ss. Proprio in tali convinzioni e nella necessità di una giustificazione di tipo pubblicistico dell’istituto trova origine il divieto di derogare alle disposizioni in materia di prescrizione e la loro conseguente attrazione tra le disposizioni di ordine pubblico: cfr. G. Magri, La prescrizione in Europa tra ordine pubblico e tutela del debitore, in Rivista di Diritto Civile, CEDAM, settembre ottobre 2017

[8] Cfr. Bartolo da Sasso-ferrato, Bartoli Commentaria in primam digesti novi  «de usucapio et usurpatio», Lugduni,1552, fol. 108 r, n. 8.

[9] Cfr. Code civil francais: Discours et exposè des motifs, tomo IV, Bruxelles, 1804,p. 344.

[10] G. Magri, La prescrizione in Europa tra ordine pubblico e tutela del debitore, in Rivista di Diritto Civile, CEDAM, settembre ottobre 2017, p. 1167.

[11] Rel. n. 1199.

[12] Per tutti si vedano G. S CARPELLO -G. AZZARITI, Della prescrizione e della decadenza, in Comm. Scialoja-Branca, Roma-Bologna, 1972, p. 203.

[13] Cass. civ., 18 gennaio 2011, n. 1084.

[14] G. Magri, La prescrizione in Europa tra ordine pubblico, cit., p. 1169.

[15] Pertanto interrompe la prescrizione la richiesta di adempimento fatta per iscritto.

[16] L’istituto dell’interruzione si differenzia da quello della sospensione sia sul piano sostanziale che processuale. Sotto il primo profilo, quello del diritto sostanziale, mentre la sospensione ha l’effetto di aprire un intervallo nel decorso del termine, l’interruzione realizza una frattura, rendendo del tutto irrilevante il periodo di tempo decorso antecedentemente al compimento dell’atto. Come infatti prevede il primo comma dell’art. 2945 c.c. “per effetto dell’interruzione s’inizia un nuovo periodo di prescrizione”. Sotto il profilo processuale l’interruzione si presenta quale istituto nettamente distinto dalla sospensione. Si pensi alla circostanza che, a differenza della sospensione della prescrizione, la quale non ha effetto nei confronti degli altri debitori in solido (art. 1310, 2° comma, c. c.), l’interruzione della prescrizione, avvenuta con la notificazione dell’atto con cui si inizia il giudizio (art. 2943, 1° comma) permane fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio stesso (art. 2945, 2° comma) ed ha effetto contro i condebitori solidali del convenuto (art. 1310, 1° comma), e, quindi, contro tutte le persone alle quali sia imputabile il fatto dannoso (art. 2055, 1° comma).

[17] Cass. civ., n. 5302/1998;  Cass. civ., n. 696/2002; Cass. civ., n. 1314/1979; T.A.R. Basilicata 12.7.2002, n. 504; T. Spoleto, 20.3.1996

[18] Cass. civ., n. 7898/1994.

[19] Si ricorda inoltre che le suddette cause consistono in elementi di fatto che devono essere dedotti dall'interessato o come eccezione o come controeccezione e non possono essere rilevate d'ufficio dal giudice, anche se la parte abbia fornito idonea documentazione della prova dell'intervenuta interruzione (Cass. civ., 12024/2000; C. 10526/1997; contra C. 3726/2000). La Suprema Corte, modificando il proprio orientamento, di recente si è pronunciata nel senso che l'eccezione di interruzione di prescrizione, configurandosi come eccezione in senso lato può essere rilevata d'ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo (Cass. civ., S.U., 15661/2005; C. 12401/2008; C. 13783/2007; C. 6092/2006).

[20] In tal senso si esprime Cass. civ., sez. II, 10 Settembre 1999, n. 9630.

[21] Affermato già da Cass. civ., 3 dicembre 2003, n. 18477 e Cass. civ., 27 settembre 2007, n. 20332.

[22] Cfr. Cass. civ. n. 22903/2015.

[23] F. ROSSELLI, Trattato Rescigno, vol. XX p. 425, Torino 1985.


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