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Concorso in Magistratura 2018 – tema svolto di diritto amministrativo
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Concorso in Magistratura 2018 – tema svolto di diritto amministrativo

Gli Strumenti Amministrativi Di Contrasto Alle Organizzazioni Criminali, Con Particolare Riferimento Alle Interdittive Prefetizie E Alle Relative Tutele Giurisdizionali

di Attilio Burti[1]

La sempre maggiore pervasività dell’infiltrazione delle organizzazioni criminali nel tessuto economico e produttivo del Paese ha imposto una implementazione degli strumenti amministrativi di contrasto alle organizzazioni criminali. Tali strumenti, specialmente negli ultimi anni, sono stati oggetto di numerosi interventi frutto della crescente consapevolezza della necessità di affiancare all’apparato repressivo penale istituti che agiscono su piani diversi da quello sanzionatorio e, invece, perseguono una finalità preventiva fondandosi prevalentemente su presupposti di carattere cautelare (il pericolo di un pregiudizio, da un lato, e, dall’altro, un accertamento dei fatti privo del carattere di definitività).

Tra tali strumenti si segnalano, in particolare, le comunicazioni antimafia e le informazioni antimafia che, per il loro effetto dirompente sui rapporti tra privati e pubbliche amministrazioni (impatto che, come si vedrà, può arrivare fino all’espulsione, nella sostanza, del soggetto destinatario della misura dal circuito economico), pongono all’attenzione dell’autorità amministrativa delicati problemi di bilanciamento tra l’esigenza collettiva di protezione dell’ordine pubblico e la tutela della libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.).

Sarebbe però riduttivo limitare il campo di indagine alle sole comunicazioni ed informazioni antimafia emesse dalla Prefettura, perché gli strumenti di contrasto alle organizzazioni criminali a disposizione della Pubblica Amministrazione al fine di assicurare il perseguimento dei valori costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa della sono molto più vari e, peraltro, tra loro estremamente eterogenei.

A titolo di esempio – e senza alcuna pretesa di approfondimento – si possono menzionare anzitutto provvedimenti amministrativi generali di programmazione quali il Piano di Prevenzione della Corruzione adottato dall’ANAC su base nazionale, nonché dalle singole amministrazioni in conformità con le linee guida contenute nel Piano Nazionale (cfr. art. 1 Legge 190/2012). Tali atti pianificatori hanno la finalità di individuare le attività amministrative nelle quali è più elevato il rischio di corruzione (reato, come è noto, spesso commesso dagli esponenti dei sodalizi criminali per raggiungere il programma associativo), di prevedere meccanismi di formazione, attuazione e controllo delle decisioni idonei a prevenire il rischio di corruzione e definire gli strumenti di controllo dei rapporti tra P.A. e soggetti che con la stessa hanno stipulato contratti pubblici di lavori, servizi o forniture oppure sono coinvolti in procedimenti amministrativi volti al rilascio di autorizzazioni o concessioni.

Sempre nel quadro degli strumenti previsti dalla c.d. Legge Severino si possono ricordare anche gli obblighi di pubblicizzazione sul sito istituzionale dell’ente di numerosi atti ed informazioni tra, i quali rientrano, tra gli altri, gli incarichi di collaborazione e consulenza conferiti a soggetti privati, gli incarichi conferiti dai privati ai dipendenti dell’ente e da quest’ultimo autorizzati, i bandi di concorso, i provvedimenti di concessione di sovvenzione, sussidi e, in genere, di vantaggi economici (per quest’ultima categoria di atti l’obbligo di pubblicizzazione costituisce altresì condizione di efficacia del provvedimento amministrativo). Tale forma di pubblicità risponde alla volontà di garantire un controllo diffuso da parte dei cittadini sull’attività amministrativa quale strumento per sollecitare comportamenti virtuosi e far emergere le eventuali cointeressenze tra amministratori e soggetti legati a gruppi di interesse anche criminale. Si tratta di un istituto che va letto nell’ottica di una nuova e più incisiva declinazione del principio di trasparenza la cui effettività è rimessa al controllo dell’ANAC (cfr. art. 45 d.lgs. 33/2013) e, soprattutto, all’accesso civico che consente a qualunque interessato, a prescindere cioè dall’esistenza di un collegamento tra l’atto amministrativo oggetto di pubblicazione ed una propria posizione soggettiva differenziata da quella degli altri consociati, di attivare rimedi amministrativi (la richiesta di riesame al responsabile anticorruzione, cfr. art. 5, comma 7 d.lgs. 33/2013) e giurisdizionali (l’azione di condanna secondo il rito abbreviato previsto in tema di accesso dall’art. 116 c.p.a.) per ottenere la pubblicazione dell’atto amministrativo sul sito istituzionale dell’ente.

In relazione ai provvedimenti di controllo ex post negli ultimi anni sono stati, inoltre, rafforzati i poteri dell’Autorità Nazionale Anticorruzione in quei settori dove più forte è il rischio di penetrazione delle organizzazioni criminali (appalti di lavori, servizi e forniture nonché concessioni di lavori e servizi). In particolare, con l’emanazione del codice dei contratti pubblici, l’ANAC è stata, in un primo momento, resa titolare del potere di raccomandazione che le consentiva di invitare la stazione appaltante ad annullare in autotutela un’aggiudicazione illegittima e sanzionare il dirigente inadempiente e, oggi, di impugnare, previa emissione di un parere motivato precontenzioso indirizzato alla stazione appaltante, i provvedimenti amministrativi relativi procedure di evidenza pubblica affetti da gravi vizi di legittimità (vedi art. 211 codice contratti pubblici e s.m.i.). La recente modifica del codice dei contratti pubblici fa, quindi, dell’ANAC una parte pubblica nei processi amministrativi aventi ad oggetto le procedure di affidamento di lavori, servizi forniture o concessioni di lavori e servizi, attribuendole un potere di iniziativa processuale che prescinde dall’esigenza di tutela di una posizione di interesse legittimo e presuppone solamente l’esistenza di un grave vizio di legittimità.

Sempre nell’ambito degli atti amministrativi espressione della funzione amministrativa di controllo occorre ricordare il potere di scioglimento degli organi degli enti locali di cui all’art. 143 del T.U.E.L.

Tale disposizione consente al Consiglio dei Ministri, all’esito di una istruttoria complessa condotta dal Prefetto territorialmente competente, di sciogliere consigli comunali e provinciali allorché emergano, o con riferimento ai componenti degli organi titolari del potere di indirizzo politico-amministrativo o con riferimento ai dirigenti ed ai dipendenti dell’ente, concreti ed univoci elementi che provino il loro collegamento diretto o indiretto con la criminalità organizzata oppure il loro condizionamento da parte di esponenti del sodalizio criminale. Si tratta di un provvedimento di alta amministrazione che consente allo Sato di intervenire sugli enti locali in via sostitutiva in quei casi eccezionali in cui emergano (principalmente da procedimenti penali) indizi gravi, precisi e concordanti circa l’esistenza di un’influenza della criminalità organizzata sulla vita politica ed amministrativa dell’ente locale tale da tradursi in una incidenza sul processo di formazione della volontà degli organi dell’ente locale e, così, compromettere l’imparzialità ed il buon andamento della azione amministrativa ed il regolare funzionamento dei servizi pubblici oppure arrecare grave e perdurante pregiudizio alla sicurezza pubblica.

La finalità cautelare del provvedimento in parola ne giustifica l’adozione anche in assenza di sentenze penali di condanna irrevocabili o l’adozione di misure di prevenzione a carico dei soggetti collegati o influenzati dalle consorterie criminali. Si tratta, infatti, di un provvedimento non già volto a sanzionare amministratori pubblici infedeli quanto piuttosto di ripristinare la legalità dell’azione amministrativa ponendola al riparo dai condizionamenti delle organizzazioni criminali con misure di indubbio carattere eccezionale posto che hanno quale effetto la temporanea sospensione delle libertà democratiche e la decadenza di organi democraticamente eletti.

Condividono la natura cautelare del provvedimento di scioglimento dei consigli comunali e provinciali le comunicazioni e le informazioni antimafia che, però, se ne differenziano per il loro carattere di strumento ordinario di contrasto alla criminalità organizzata di cui è titolare in via esclusiva il Prefetto territorialmente competente, quale amministrazione competente in via generale in relazione alla materia dell’ordine pubblico.

Tali provvedimenti amministrativi, entrambi disciplinati dal Libro II del Codice Antimafia, erano stati originariamente pensati come strumenti operanti su piani distinti (le comunicazioni antimafia nell’ambito dei contratti, concessioni, autorizzazioni ed abilitazioni, mentre le informazioni solamente nell’ambito dei contratti pubblici, delle concessioni e delle sovvenzioni). Tuttavia, a seguito dell’introduzione dell’art. 89-bis del codice antimafia, sono destinati ad operare su piani pressoché coincidenti in una logica di protezione sempre più anticipata dell’ordine pubblico economico e dell’economia di mercato dalle infiltrazioni da parte delle organizzazioni criminali, in cui l’Autorità amministrativa è legittimata a negare il rilascio di una vasta gamma di provvedimenti ampliativi della sfera del privato sulla base di un mero pericolo di condizionamento o collegamento tra impresa e organizzazione criminale.

Prima però di individuare l’attuale configurazione delle comunicazioni e delle informazioni occorre ripercorrere l’evoluzione storica dei due istituti che, in origine, avevano ambiti applicativi parzialmente distinti.

La comunicazione antimafia è un provvedimento amministrativo di carattere vincolato perché emesso dal Prefetto al ricorrere del presupposto indicato dall’art. 67 del Codice Antimafia e, cioè, dell’adozione di una misura di prevenzione contenuta in una pronuncia irrevocabile dell’autorità giudiziaria (cfr. combinato disposto degli artt. 84 e 67 Codice Antimafia). Di fronte al rilascio della comunicazione antimafia l’Amministrazione richiedente ha anch’essa un potere vincolato in quanto è obbligata ad adottare un provvedimento di diniego di rilascio o di rinnovo delle autorizzazioni o concessioni indicate dall’art. 67 del medesimo codice antimafia oppure a disporne la decadenza e non può stipulare contratti pubblici di lavori, servizi o forniture con le imprese colpite dalla comunicazione né tantomeno autorizzare subappalti da parte dell’impresa aggiudicataria.

Viceversa l’informazione antimafia è un provvedimento si poggia su una valutazione in parte vincolata ed in parte discrezionale perché l’art. 84 indica, alternativamente, tra i suoi presupposti l’esistenza di una misura di prevenzione cristallizzata in un provvedimento giurisdizionale irrevocabile oppure l’accertamento da parte del Prefetto di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa.

Quanto poi agli elementi rivelatori dei tentativi di infiltrazione mafiosa, essi possono essere desunti anche dagli accertamenti contenuti in condanne penali non definitive o da misure cautelari o da decreti di rinvio a giudizio relativi alla commissione di taluni specifici reati collegati alla criminalità organizzata, dall’omessa denuncia da parte degli amministratori dell’impresa di alcuni reati (estorsione e concussione) aggravati dal metodo mafioso, da mere proposte di sottoposizione degli amministratori dell’impresa a misure di prevenzione, o, ancora, da accertamenti amministrativi disposti dal prefetto, da verifiche in ordine alla modifica della titolarità di quote sociali e al subentro nelle cariche amministrative di soggetti avvenuti con la finalità di eludere la normativa antimafia (cfr. art. 84.4 codice antimafia) o, ancora, dall’accertamento contenuto in sentenze di condanna anche non definitive relative a reati strumentali alla attività delle organizzazioni criminali unitamente ad altri elementi rivelatori del fatto che l’attività di impresa possa essere condizionata o agevolare la criminalità organizzata o da accertamenti circa la violazione della normativa attinente agli obblighi di tracciabilità dei flussi finanziari (art. 91.6 codice antimafia).

L’eterogeneità degli elementi da cui è possibile ricostruire l’esistenza di un tentativo di infiltrazione mafiosa (volto ad impedire ad imprese sospettate di fiancheggiare la criminalità organizzata o di esserne condizionate di essere parte di contratti pubblici, concessioni o sovvenzioni) consente, pertanto, all’autorità prefettizia di prescindere da una sentenza di condanna irrevocabile degli amministratori della società destinataria dell’informativa. La logica che ispira il provvedimento prefettizio non è, infatti, punitiva (come si evince, tra l’altro, anche dal fatto che destinatari possono essere anche società i cui amministratori sono stati vittime di reati di estorsione e concussione aggravati dal metodo mafioso che hanno omesso di denunciare), ma di preservare l’economia legale e, soprattutto, il settore degli appalti pubblici e delle concessioni pubbliche dalle penetrazioni di imprese le cui scelte sono determinate, in tutto o in parte, da quelle delle organizzazioni criminali. Tali esigenze di protezione non possono evidentemente essere subordinate ai tempi ed alle garanzie del processo penale perché, diversamente, l’autorità amministrativa rischierebbe di intervenire quando l’inquinamento del mercato è già avvenuto ed i soggetti sani dell’imprenditoria risultano già espulsi o quantomeno ai margini del circuito economico.

La natura amministrativa del provvedimento consente, inoltre, di accontentarsi di uno standard probatorio più basso di quello richiesto nel processo penale: non occorre la prova “al di là di ogni ragionevole dubbio” del condizionamento mafioso essendo sufficiente lo standard probatorio del “il più probabile che non” che, in quanto tale, può essere raggiunto anche sulla base di una prova presuntiva (e, dunque, indiretta) del tentativo di infiltrazione mafiosa eventualmente poggiante, come ha avuto modo di chiarire la giurisprudenza amministrativa, su un solo elemento indiziario purché estremamente preciso e, di per sé, particolarmente grave (in grado, cioè, di resistere a ricostruzioni alternative). Se, infatti, la prova di un fatto da parte di una pronuncia del giudice civile può essere fondata anche solo su un solo indizio, a maggior ragione deve potersi fondare su un solo elemento indiziario l’accertamento fattuale contenuto in un provvedimento dell’autorità amministrativa, quale è l’informazione prefettizia, tanto più che essa, come vedremo, ha effetti temporalmente circoscritti e soggettivamente limitati alla sola amministrazione richiedente.

Dalla possibilità di adottare la informazione antimafia sulla base di elementi indiziari e di fatti il cui accertamento è eventualmente ancora in fieri in sede di giudizio penale (o che sono desunti dall’autorità amministrativa da fonti diverse da quella delle indagini o del processo penale) discende, poi, il carattere rebus sic stantibus di tale provvedimento. Tale caratteristica è confermata dallo stesso legislatore che attribuisce tanto all’informazione quanto alla comunicazione antimafia effetti temporalmente circoscritti (cfr. art. 86 Codice Antimafia) e consente all’Amministrazione di modificare il contenuto dell’informazione antimafia anche prima della sua scadenza in caso di sopravvenienza, o di sopravvenuta scoperta, di fatti nuovi che mutino il quadro fattuale in forza del quale è stata emessa (cfr. art. 91.5 Codice Antimafia).

Il carattere interinale dell’informazione antimafia non elide, però, il suo effetto dirompente sulla vita dei soggetti economici che ne sono destinatari, posto che il suo contenuto negativo preclude la stipula di contratti e subcontratti con l’impresa che ne sia colpita, nonché il rilascio di concessioni e sovvenzioni di importo superiore a quello indicato dall’art. 91.1 del codice antimafia. Essa, quindi, rappresenta uno strumento formidabile per escludere dai rapporti con la pubblica amministrazione, seppure, si badi, sulla base di un accertamento sommario e suscettibile di essere superato dal sopraggiungere di nuovi elementi, imprese che l’Amministrazione ha ragione di supporre possano fiancheggiare o essere influenzate nelle loro scelte imprenditoriali dalle organizzazioni criminali.

Considerata la grande efficacia di tale strumento che consente, prima ed a prescindere da una eventuale sentenza di condanna, di recidere i legami tra P.A. ed imprese collegate alla criminalità organizzata, nel 2014 il legislatore, introducendo l’art. 89-bis al codice antimafia, ha previsto l’estensione dell’ambito applicativo dell’informazione antimafia a tutti i provvedimenti indicati dall’art. 67 del codice antimafia, con la conseguenza di inibire al soggetto che ne è destinatario anche l’esercizio di tutte le attività subordinate ad autorizzazione amministrativa od all’iscrizione ad albi od elenchi legittimanti l’esercizio di attività economiche o professionali. Pertanto, il soggetto colpito dalla informazione antimafia oggi viene ad essere estromesso anche dallo svolgimento di numerose attività nei confronti dei privati, con conseguente limitazione ancor più pregnante del suo diritto di iniziativa economica di cui all’art. 41 Cost., il quale diritto rimane, dunque, confinato a quelle sole attività per il cui esercizio non è previsto un regime autorizzatorio o di abilitazione.

La rilevanza degli interessi in gioco che possono essere sacrificati dalla documentazione antimafia (non solo quello di iniziativa economica dell’impresa, ma anche quelli dei soggetti ad essa collegati quali, in primis, lavoratori e creditori) rende evidente la necessità di assicurare l’effettività del controllo giurisdizionale in relazione a tali provvedimenti.

La comunicazione antimafia, quale provvedimento amministrativo a contenuto vincolato, non pone particolari problemi di sindacato giurisdizionale essendo sufficiente accertare l’esistenza o meno di una misura di prevenzione definitiva a carico dell’imprenditore individuale o, in caso di impresa collettiva, dei suoi amministratori di fatto o di diritto.

Sicuramente desta maggiori problemi il sindacato giurisdizionale della informazione antimafia che è un provvedimento amministrativo che si basa su un apprezzamento dei fatti ampiamente discrezionale (sebbene il contenuto della decisione sia vincolato essendo precluso al Prefetto qualsivoglia comparazione degli interessi in gioco laddove ritenga emergente un tentativo di infiltrazione mafiosa) e che, dunque, si presta ad un controllo giurisdizionale incentrato sulla presenza o meno del vizio dell’eccesso di potere che può emergere dall’esistenza di una motivazione contraddittoria, insufficiente o perplessa o, eventualmente, da un’istruttoria incompleta se non addirittura sommaria, considerato il poco tempo a disposizione dell’autorità prefettizia per emettere il provvedimento.

Occorre, comunque, tener presente che la motivazione del provvedimento può essere anche ricostruita per relationem (vedi art. 3.3 l. 241/1990) dai provvedimenti giurisdizionali allegati alla informazione prefettizia o dagli altri documenti raccolti in sede di istruttoria allorché il quadro indiziario che emerge dagli stessi risulti univoco e chiaro e, quindi, non abbisogni di un apparato motivazionale articolato. Viceversa laddove le informazioni che emergono dagli atti del procedimento siano di per sé poco perspicui o carenti, la motivazione dovrà giustificare le ragioni per le quali dal loro collegamento sia desumibile il tentativo di infiltrazione mafiosa ed eventualmente quali aspetti siano stati valorizzati.

La giurisprudenza amministrativa non consente, invece, attualmente di censurare il provvedimento sotto il profilo del mancato rispetto delle garanzie procedimentali (comunicazione dell’avvio del procedimento, partecipazione al procedimento del soggetto destinatario dell’informativa) con argomentazioni forse non del tutto convincenti in quanto attinenti alla incompatibilità dei destinatari ed ai presupposti della comunicazione antimafia con le garanzie procedimentali. È, infatti, opinabile sussumere le informative antimafia nel genus dei provvedimenti amministrativi sprovvisti di carattere sanzionatorio e poi valorizzare le peculiarità della procedura amministrativa connessa con le indagini penali per escludere il procedimento dall’ambito della legge 241/1990.

Così facendo, infatti, si viene a delineare un procedimento amministrativo che, pur avendo carattere fortemente afflittivo per il destinatario, viene sottratto tanto alle garanzie procedimentali previste dalla legge generale sul procedimento quanto a quelle previste dalla legge 689/81 che si applicano ai soli procedimenti sanzionatori. Si tratta di un procedimento il cui esito può essere straordinariamente incisivo sulla vita di una società e che, nondimeno, si contraddistingue per la segretezza delle fasi dell’avvio e dell’istruttoria.

Semmai al fine di escludere la doverosità della comunicazione di avvio del procedimento possono essere valorizzate le particolari esigenze di celerità del procedimento (da valutare però in concreto) che l’art. 7 l. 241/1990 individua quale unica causa di esclusione della comunicazione di avvio del procedimento.

In ogni caso, escludendo la partecipazione del privato in fase procedimentale, si priva l’Amministrazione dell’apporto conoscitivo del destinatario del procedimento con il conseguente rischio di avere un’istruttoria incompleta. Pertanto, in caso di ricorso, è in sede giurisdizionale che dovrà essere accertata l’effettività del pericolo di condizionamento mafioso alla luce di tutti gli elementi di fatto –  e, quindi, anche quelli non presi in considerazione dal Prefetto – che il privato deve essere ammesso a dimostrare con ogni mezzo di prova previsto dal codice del processo amministrativo e senza che il giudice possa incontrare alcun limite nell’acquisizione di ogni dato di fatto rilevante.

Tuttavia, laddove l’apprezzamento della amministrazione risulti sufficientemente motivato e privo di elementi di contraddittorietà od irragionevolezza, il giudice non potrà sostituire la propria valutazione a quella della amministrazione finendo, diversamente, per entrare in un ambito di valutazione riservato all’autorità amministrativa. E ciò, tanto più in considerazione del fatto che l’informazione prefettizia non richiede l’accertamento della certezza del condizionamento mafioso, ma soltanto la valutazione del pericolo di infiltrazione quale emergente da elementi indiziari.

Quanto alla giurisdizione, giova osservare come le informazioni e le comunicazioni antimafia sono provvedimenti amministrativi di natura costitutiva che incidono su rapporti amministrativi (come fattori ostativi alla loro costituzione oppure come provvedimenti presupposti ad atti di revoca o di decadenza) e, pertanto, la giurisdizione del giudice amministrativo non può essere messa in dubbio.

Ciò vale anche per le comunicazioni antimafia che, pur essendo provvedimenti vincolati alla previa adozione di una misura di prevenzione definitiva da parte dell’autorità giudiziaria, nondimeno incidono su rapporti amministrativi e sono espressione di una potestà finalizzata a tutelare esigenze di ordine pubblico economico e non già diritti soggettivi dei soggetti coinvolti.

Qualche dubbio ermeneutico in tema di riparto di giurisdizione era sorto, sotto la vigenza del precedente codice degli appalti di lavori servizi e forniture, in relazione al recesso dai contratti pubblici susseguente al rilascio dell’informazione prefettizia (cfr. art. 94 codice antimafia).

La giurisprudenza aveva chiarito però come dietro il nomen iuris recesso si cela un provvedimento che nulla a che vedere né con forme di autotutela privatistica né con l’espressione di uno ius poenitendi attribuito al contraente privato nei contratti di appalto, ma che, invero, è strettamente consequenziale all’adozione di un provvedimento amministrativo di carattere autoritativo. Conseguentemente anche in questo caso la giurisdizione non poteva che appartenere al giudice amministrativo sebbene l’atto intervenisse nella fase di esecuzione del contratto e, dunque, a valle dell’aggiudicazione.

Tale orientamento ermeneutico non dovrebbe essere oggetto di rimeditazione sotto la vigenza del nuovo codice dei contratti pubblici. Quest’ultimo oltre a fare salvi i casi di recesso a seguito dai contratti pubblici a seguito del rilascio della comunicazione e dell’informazione antimafia, all’art. 108 prevede altresì la risoluzione obbligatoria del contratto di appalto per il caso in cui sia intervenuta una misura di prevenzione definitiva prevista dal codice delle leggi antimafia.

L’impiego del termine risoluzione non deve però trarre in inganno in ordine alla sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario.

Ed, infatti, le ipotesi di risoluzione di cui all’art. 108.2 del codice dei contratti pubblici, ivi inclusa quella derivante dalla adozione di misure di prevenzione da parte dell’autorità giurisdizionale, non presuppongono un inadempimento del contraente privato (a dispetto del nomen iuris risoluzione utilizzato da un legislatore alquanto disinvolto nell’impiego della categorie civilistiche) quanto piuttosto il venir meno di requisiti soggettivi di qualificazione che la legge considera indefettibili per il rilascio del provvedimento di aggiudicazione.

Si tratta, quindi, di un provvedimento che comporta lo scioglimento del vincolo contrattuale che la P.A. adotta non in veste di contraente, ma di autorità e che risponde a logiche di tutela dell’ordine pubblico economico piuttosto che di salvaguardia degli interessi economici della stazione appaltante che, invero, sono suscettibili di essere anch’essi sacrificati (si pensi all’allungamento dei tempi per la realizzazione dell’opera o del servizio ed ai maggiori costi per l’indizione di una nuova procedura di gara) in nome delle esigenze di contrasto preventivo all’infiltrazione delle organizzazioni criminali.

[1] Magistrato ordinario in attesa di nomina.


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